Julio Cortázar, tra i maestri letterari di Wong Kar-wai, scrive nella raccolta Fine del gioco: “L’ora delle nostalgie, quando ci si lascia corrompere da quelle assenze che chiamiamo ricordi e bisogna rattoppare con parole e immagini tanti vuoti insaziabili”. Distribuito in Cina sulla piattaforma Tencent Video, tra il 2023 e il 2024, Blossoms Shanghai, tratto da un romanzo di Jin Yucheng, contaminò nel paese un inconscio collettivo, registrando per la serialità in streaming un successo record, catalizzato dalla ricostruzione del febbrile e liberatorio boom economico degli anni Novanta, in una Shanghai che, come da lezione scorsesiana, può essere opulento parco a tema o infernale anticamera dei sentimenti.
Un paradiso perduto le cui rovine di rivalità e tonfi emanano il fascino chiaroscurale della decadenza barocca, bilanciata da quella languida eleganza wonghiana che, non solo più valzer psicologico tra i personaggi, sprigiona qui un dinamismo meno estatico e più futuristico. D’altronde, ogni fase iniziale di capitalismo accelera già verso la sua fine. Come le riforme di Deng Xiaoping, con il risanamento dell’agricoltura, la liberalizzazione delle industrie, il mercato dell’export, la cui tassa pubblica fu l’acuirsi del divario sociale. Blossoms Shanghai, che in una sineddoche urbana plana sulla fauna umana di quella compulsiva euforia, con i suoi episodi di quarantasei minuti cadauno è quindi, almeno in patria, quasi l’ora aurea di Cortázar, sublimazione nostalgica di odierne inquietudini, nel turbocapitalismo globale, ma anche specchio segreto di un’eterna crisi alla sua genesi.
In Occidente la visione di Blossoms Shanghai è invece anemoia meno raggelata, malinconia storica per un’epoca non vissuta, perché, nella corale corsa al profitto del protagonista, il signor Bao, Wong dispensa rarefatte passioni in the mood for love (amore per gli affari, non estraneo però ad affetti sepolti), schiuse nel pirotecnico quartiere di Huanghe Lu, teatro di sensualità e calcolo per un rinnovato virtuosismo, dopo un’assenza al cinema lunga dieci anni, datata da The Grandmaster (2013). Perché la serie, divisa in trenta episodi, è un teorema di identità formali semplici, ma battezzate da una trasparenza di filosofia produttiva che elude altere aspettative, tacite introiezioni, metaforiche scritture. Insomma, conferma in corso d’opera le sue parvenze fin dalle prime battute dello script, ma con grazia sistemica e voluminosa.
Affresco sociale sull’ambizione dei colletti bianchi; microcosmo generazionale che si snoda tra i ristoranti di Huanghe Road, il Gran Lisboa e il Night Tokyo (in un’allegorica traiettoria planetaria); cinema fluviale cadenzato dai codici televisivi; mirabile campionario di stilemi consacrati, con i ralenti, i riverberi, le luci al neon, la voce over, il timing dei desideri, l’apollinea bellezza degli interpreti. Persino il mito calligrafico di Shanghai quale Parigi orientale, che affonda nel giardino d’infanzia del regista. Eppure, dietro il canone manierista, i topoi strutturali, l’epica tutta estetica di volti e pose, Blossoms Shanghai sa comporre, nelle pieghe del suo destino di gran ritorno di un autore, anche la fierezza crepuscolare di un mutamento di sguardo e di spazio. La sua frenesia narrativa, che come in un mosaico bizantino cesella le sottotrame dei personaggi, è anche termometro delle loro indoli sconfitte, tra la verticalità architettonica che si sgancia dai contratti mélo di Wong per raccordarsi a un mondo più vertiginoso e aereo (tra le quotazioni in borsa), ma altrettanto infelice, contemplato da una gioventù che, come in Megalopolis di Coppola, soccombe alle sue edificazioni pindariche.
Non i fiori del titolo (se non nel finale), ma debiti affettivi, misteriose alleanze, assi nella manica, precarietà di potere: per il signor Bao, la signorina Wang, le ristoratrici Ling Zi e Li Li, lo zio mentore Ye, si consuma l’utopia materiale di una Shangri-La/Shanghai post-socialista, ma in un notturno interiore, che, non distante dagli spadaccini di Ashes of Time, fa incedere i personaggi in una solennità cavalleresca e piovosa, dove l’artigianalità eterea di Wong sprigiona solitudine e ineluttabilità: sarà poi l’alba del 1997 (quando Hong Kong passerà alla Cina, ponendo fine al dominio coloniale britannico) e l’incombenza del nuovo millennio, con le tensioni terminali dell’esistenza.
E così Blossoms Shanghai, che narra ambizioni e scalate come in un’ode romantica e ritrae la metafisica dell’attrazione tramite l’arte della finanza, incapsula il Leitmotiv wonghiano della memoria nell’odissea della ciclicità stagionale ed economica, nella finitudine di un eterno ritorno a forze più ancestrali; dove il ricordo di un legame può ancora sopravvivere, ma non più col soffio nella fessura di un tempio antico, con cui Tony Leung chiudeva il capolavoro del Duemila, poiché se il tardo capitalismo non è età degli eroi, non è neppure lascito alla Storia con i reperti del suo tempo.
Foto: Blossoms Shangai (2023) © 2023 MUBI Italia All Rights Reserved.
La storia di un milionario che si è fatto da solo a Shanghai negli anni '90, da giovane opportunista con un passato travagliato alle vette della città dorata.
Foto: Blossoms Shangai (2023) © 2023 MUBI Italia All Rights Reserved.