Orizzonti

Mother di Teona Strugar Mitevska

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Palline di pane pazientemente pressate una per una e un sorso d’acqua: le mani della monaca le offrono instancabili alle mani e alle bocche degli affamati, i poverissimi, i martoriati dalle peggiori malattie (carestie, fame, guerra, ingiustizia) sdraiati e accatastati come un tappeto di sofferenza umana lungo le strade di Calcutta.

Siamo nell’agosto del 1948 (un anno dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’India e dopo le lotte sanguinose precedenti), quando Madre Teresa, trentasettenne, era madre superiora nel convento delle Suore di Loreto di Entally, un sobborgo di Calcutta,  e stava attendendo dal Papa la risposta alla sua richiesta di fondare un nuovo ordine proprio, in risposta alla chiamata ricevuta da Dio per soccorrere i poveri. Le uscite consentite dal convento sono sporadiche, le mura antiche la circondano, le regole che Teresa impone a se stessa e alle altre sono severe.

Non una biopic (fortunatamente), ma un breve, intenso focus su un momento chiave della vita della Santa premio Nobel per la pace, inquadrata non come futura santa, ma come donna, come combattente, addirittura come amministratrice delegata di una multinazionale, ha detto l’autrice Teona Strugar Mitevska, che ha meditato questo progetto per più di vent’anni e ha fatto precedere il film dal documentario Teresa and I, che ha girato a Calcutta intervistando le persone ancora in vita che hanno conosciuto Teresa.

Albanese di Macedonia, Madre Teresa, com’è macedone Strugar Mitevska, figlie entrambe di una cultura multietnica, ma anche violentemente maschile e martoriata da conflitti più o meno interni. Instancabile e ambiziosa, portatrice di una femminilità alternativa alle immagini tradizionali, dice Mitevska di Madre Teresa; e la inquadra (spesso molto stretta sui primissimi piani), la segue per sette giorni fondamentali, quelli che precedono la lettera papale tanto attesa, durante i quali la protagonista, oltre a reggere l’armonia e l’ordine del convento sulla base delle proprie ferree regole, oltre a dibattersi con ostinato rigore nei propri dilemmi personali, di carattere, principi e aspirazione, si trova ad affrontare la gravissima crisi della consorella destinata a sostituirla alla guida del convento quando lei se ne andrà: suor Agnieszka, di origine polacca sfuggita ai campi di concentramento nazisti, che si è appena scoperta incinta di uomo che ha amato e che è morto tra le sue braccia.

Uscire dall’ordine per diventare madre o abortire? Quello sull’aborto (al quale Madre Teresa fu assolutamente contraria) è solo il più conclamato dei conflitti che si accumulano e si sovrappongono nel film, quello più “contemporaneo” e sul quale l’autrice prende una posizione inequivocabile attraverso le parole, alquanto anacronistiche, del padre spirituale delle monache, quando dice a Teresa che l’aborto è un male assoluto solo quando vi sia costretta una donna non consenziente. In realtà tutto il film si dibatte tra rigore e umanità, tra necessità di ordine e desiderio di amore, tra pietà e costrizione. In pratica tra i dilemmi che sono imposti da qualsiasi legge e regola, non solo religiosa, e la necessità o l’impossibilità di ammorbidirne i limiti e i lineamenti.

Per questo i muri della cella si stringono intorno a Teresa (l’effetto forse più vistoso e meno riuscito del film), soffocandola; per questo Agnieszka oscilla pericolosamente in cima al muro di cinta, preparandosi a gettarsi; per questo le monache, nella notte del Giorno 3, ballano Hard Rock Hallelujah dei Lordi. E per questo Mother (che vuol dire madre in tanti sensi, dall’insegnante delle ragazzine del collegio cattolico alla madre superiora, alla madre umana che Agnieszka vuole essere, alla madre dell’umanità che Teresa finirà per diventare) è un film che si muove in direzioni diverse, che non risponde certamente alle asttese di chiunque si aspettasse da un talento combattivo e inventivo come quello di Teona Strugar Mitevska un ritratto convenzionalmente celebrativo, ma nemmeno del tutto (forse) a chi invece avesse immaginato qualcosa di risolutivo (sui ruoli femminili e maschili, e su quello della religione, della guerra, della violenza, ecc., ecc.) com’era accaduto nei film precedenti dell’autrice, da Petrunya a L’appuntamento a When the Day Had No Name.

Mother, intriso di sangue e carne, attraversa con decisione il mélo, sfiora l’horror psicologico, si attesta su una dimensione drammatica ben sorretta dai lineamenti spigolosi e dalle movenze decise di Noomi Rapace, quasi in cerca di uno stile che sia capace di dare una forma e poi una risposta ai dilemmi che agita. Non ci riesce fino in fondo, com’era probabilmente inevitabile. Eppure affascina e coinvolge, rende ancora più vive le domande che le protagoniste si pongono. Domande antiche: una madre superiora inflessibile nel suo bisogno di regole, una suora che cede all’amore umano. Quasi ottant’anni fa, in un monastero ancora in India, ma in cima all’Himalaya, suor Clodagh e suor Ruth si dibattevano in qualcosa di analogo, in quel grande capolavoro mélo che è Narciso nero di Powell e Pressburger, del quale forse s’intravedono ricordi nel film di Strugar Mitevska, in certe riprese dall’altro di croci formate da strade e tavolate e monache, in certi deliri notturni, nella vertigine che sembra essere la sensazione dominante del mondo.