C'è qualcosa di profondamente paradossale in Toy Story 5: è un film che esiste perché un franchise rifiuta di congedarsi, e che proprio su questa impossibilità costruisce il proprio discorso. Da trent'anni Toy Story accompagna la crescita del suo pubblico, più ancora di quanto racconti quella dei suoi personaggi. Se il primo capitolo coincideva con l’esordio della Pixar nel lungometraggio, questo quinto episodio conferma come la saga continui a rappresentarne il laboratorio privilegiato, il luogo in cui la casa di Emeryville interroga il proprio rapporto con il tempo e con chi la guarda.

L'intuizione più interessante è che Toy Story non ha mai davvero cambiato destinatario. I bambini del 1995 sono oggi adulti, spesso genitori, e il film si rivolge soprattutto a loro (così come il terzo capitolo si rivolgeva ancora al medesimo target generazionale che, nel 2010, quindici anni dopo l’esordio della saga, era ormai in procinto ad abbandonare definitivamente l’infanzia). L'ansia che attraversa il racconto non riguarda tanto l'infanzia contemporanea quanto lo sguardo di chi la osserva da fuori: l'irruzione degli schermi, delle tecnologie, di un'immaginazione mediata dai dispositivi digitali diventa il sintomo di una distanza generazionale che i giocattoli (e con loro gli spettatori) faticano a colmare.
In questo senso, la scelta di mostrare un Woody che invecchia perfino fisicamente, con una vistosa calvizie, assume un valore quasi metacinematografico. Non è il giocattolo a consumarsi, ma l'icona stessa della Pixar che porta sul corpo del suo protagonista per antonomasia il peso di tre decenni di storia condivisa. Woody, negli anni, non ha perso soltanto e capelli, ma soprattutto centralità, certezze e la convinzione che il proprio ruolo sia ancora necessario. È forse l'immagine più sincera di un film che sembra interrogarsi continuamente sulla propria legittimità.

Resta allora una domanda inevitabile: perché Toy Story 5? La risposta non è mai del tutto convincente. L'operazione appare meno necessaria dei capitoli che l'hanno preceduta e fatica a trovare una ragione narrativa equivalente. Eppure Andrew Stanton, sceneggiatore di tutti i capitoli precedenti (anche se del terzo film si è occupato unicamente del soggetto) e qui per la prima volta alla regia della serie, chiude idealmente un cerchio autoriale che attraversa l'intera storia dello studio riuscendo nuovamente a intercettare quella peculiare malinconia che ha reso la saga qualcosa di più di una serie di sequel: la consapevolezza che crescere significhi, inevitabilmente, imparare a lasciare indietro qualcosa. Per questo, anche quando il progetto sembra vivere di una nostalgia programmatica, il film conserva una dolcezza disarmante e una capacità di commuovere che pochissimi franchise contemporanei possono ancora permettersi. Avercene.
Stills: Toy TSory 5 (2026) © 2026 Walt Disney Pictures All Rights Reserved
L'arrivo di un giocattolo tecnologico sconvolge l'equilibrio del gruppo. Woody, Buzz e gli altri dovranno affrontare il cambiamento e riscoprire che ciò che li rende speciali è l'amore che donano ai loro bambini.
Locandina: Toy TSory 5 (2026) © 2026 Walt Disney Pictures All Rights Reserved