Negli interstizi della grande letteratura, della sua storia e dei suoi autori, il cinema ha antologizzato, in un filone composito, riletture dal particolare, biografie decentrate, cerebrali decostruzioni, voci dimenticate e restaurate, tra aderenza al vero e sguardo moltiplicatore del possibile, in una mediazione, nel tempo, di ritrovate identità e angolari interpretazioni, sovente in un retroterra anglosassone. Non sempre nella buona sorte critica, come accadde al contestato Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard, all’incompreso Mary Reilly di Stephen Frears, ma anche nella consacrazione tra levigata produzione e respiro d’essai, come fecero Stephen Daldry (The Hours) e Richard Eyre (Iris), fino a eccelsi e obliqui ritratti d’autore (Bright Star di Jane Campion).
Ormai tra gli accoliti di Hollywood, dopo l’Oscar alla regia per Nomadland e l’ingresso nel Marvel Cinematic Universe con Eternals, la cinoamericana Chloé Zhao con Hamnet si inoltra in percorsi impervi (il “mistero Shakespeare” e la psicologia del lutto infantile) con l’intraprendenza di chi poggia su parametri sicuri: i produttori Steven Spielberg e Sam Mendes e l’omonimo e acclamato romanzo di Maggie O’Farrell (anche co-sceneggiatrice).

Se è un teorema appurato che la scrittura filmica non necessita di lirismo per essere poetica, la regista inabissa la passione sbocciante tra il Bardo (Paul Mescal) e la futura moglie Anne/Agnes Hathaway (Jessie Buckley) in un manto figurativo di ricamata sobrietà, che aspira all’assoluto della fissità estatica, in una natura sinuosa e monumentale nella campagna di Stratford-upon-Avon, primo teatro rinascimentale di una danza d’amore, giocosa e drammatica (per un ostacolante contesto famigliare). A prevaricare tuttavia è una compiaciuta spinta modernizzante, che trafuga nell’immaginario letterario velato dalla Storia (incerti infatti i dati biografici) per declamare un eterno presente nei rapporti di genere e che, parafrasando liberamente, molto appiana e poco cristallizza, scevra di inventiva analitica.
In un dittico nettamente reciso da ellissi intermedie, con una parte bilanciata sulla coppia e l’altra sulla morte del figlioletto Hamnet che ispirerà l’Amleto, Zhao, avvezza fin da Nomadland ad adagiare su rodati binari i nuovi trend sociali, impone ai suoi due protagonisti le schermaglie e le nevrosi delle relazioni odierne, dove si insinuano languida tenerezza e sensualità tattile, ma anche un’astrattezza calligrafica che disperde la stratificazione del leggibile e il dialogo reciproco con la classicità.
Banditi i venti del passato, dalla peste che colpì il figlio (preminente nel romanzo) alla fauna umana del Globe Theatre, Hamnet è impermeabile alla coscienza del tempo, se non al nostro, tra female exploitation (l’ancestrale Agnes, figlia della notte in pieno giorno, mistica del profano) e sindrome di Telemaco (l’abbandono paterno per inseguire a Londra il proprio daimon), che trascende nel secondo quadro la sua materia già incendiaria per allegare ulteriori traumi e sbocchi simpatetici: l’elaborazione della perdita e la sua sublimazione in un capolavoro teatrale. Qui la spianata traiettoria verso il melò domestico sfasa l’anelito al segreto della genesi artistica intrisa di cognizione del dolore, elude l’aura irriducibile del sommo drammaturgo, pur approdando al suo palcoscenico del mondo, e cesella la sua toccante sequenza-madre finale al Globe, dove la polifonia di sguardi e voci traspira agognata letteratura, l’intreccio di linguaggi (teatro, poesia, mito greco) sussulta all’unisono e la natura umana, incarnata da mani ramificate sul proscenio, coincide con la cultura.

Una quadratura formale del cerchio (magico solo in superficie), dove le lacerazioni così predisposte e ricucite scongiurano una durevole catarsi, in un film senza inganni che dipana ciò che ciascuno vorrebbe trovarci, ma che cela l’inatteso, chiudendo quella finestra aperta sul set che Jean Renoir chiamava vita. Allineata, tra le colleghe, a un approccio duttile verso l’industria, come quello di Emerald Fennell, più che alla verve trainante ma corrosiva di Greta Gerwig, Chloé Zhao dispone di una regia che si fa ospitare dalla performance dei suoi attori, schiudendo il riflesso di un altrove trasognato nello sguardo della mater lacrimosa di Jessie Buckley, qui di una fotogenia carburata dal talento, per vie a noi precluse.
La morte del figlio Hamnet, a soli 11 anni, oltre ad essere un trauma profondissimo per sé e per la compagna, si rivela per William Shakespeare fonte d'ispirazione per il suo capolavoro Hamlet, che porta quasi il nome del suo bambino perduto.