Michel Hazanavicius

Il dono più prezioso

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Naturalmente in Italia i film “sulla” Shoah escono preferibilmente in concomitanza con il Giorno della Memoria. Ma serve uno sforzo intenzionale assai particolare perché questa ricorrenza per Il dono più prezioso di Michel Hazanavicius sia slittata di un anno, dal momento che il film era a Cannes nel 2024 e l’autore abbastanza noto, non foss’altro per aver vinto con The Artist cose come cinque Oscar, tre Golden Globe, sette BAFTA e sei César. Ora, il problema potrebbe essere la filmografia stessa di Hazanavicius, che spazia dai primi due titoli della trilogia, Agente speciale 117 al servizio della Repubblica - Missione Cairo e Agente speciale 117 al servizio della Repubblica - Missione Rio, a Il mio Godard e Cut! Zombi contro zombi, il che tradotto significa rimproveragli di essere fin troppo eclettico. E, se si esclude la scelta del film d’animazione per Il dono più prezioso, tratto dal romanzo di Jean-Claude Grumberg Una merce molto pregiata (edito anche in italiano da Guanda, con il titolo che traduce più correttamente anche l’originale, quindi anche quello del film), la corrispondenza maggiore scatta con The Search, a proposito di trasversale infanzia violentata dalle guerre. Ma il fatto che Hazanavicius non sia un cineasta riconoscibile, quindi prevedibile, gioca a suo e a vantaggio nostro, senza aspettative né mappe mentali, scoprendo proprio con Il dono più prezioso la capacità altrettanto inedita di saper ancora portare il problema della Shoah sullo schermo senza eluderne l’indicibilità.

Con l’autore de Il mio Godard è d’obbligo riconoscere, come Godard, la centralità di una questione di fondo che di necessità affiora in superficie, sia che se ne scriva, affidandosi al filtro pudico e volentieri elusivo delle parole, sia che la si provi a rappresentare visivamente, a cinema come in teatro: non c’è (quasi) modo di rappresentare la distruzione – nell’ordine – culturale psichica e fisica di milioni di persone, se non attraverso la rievocazione dei sopravvissuti, che sono come i “vincitori” di una tremenda “lotteria”. Il virgolettato è d’obbligo perché il riferimento è al rifiuto di Stanley Kubrick di considerare film “sulla” Shoah, quindi su un’efficiente macchina mortale quale quella messa a punto dalla tecnocrazia militare del nazismo, quelli che invece mostrano gli assurdi vivi. Per questo Godard in ogni film della stagione successiva all’adesione più o meno esteriore ai canoni della Nouvelle Vague, ammesso che ve ne siano, non ha mai smesso di interpellare lo spettatore e pungolarne la colpevolezza implicita, con cui il cinema e la sua storia dovranno fare i conti a tempo indeterminato.

L’intelligenza e la consapevolezza di Hazanavicius in dote a Il dono più prezioso, supportato dai produttori coerenti Luc e Jean-Pierre Dardenne, stanno nel ricorso all’animazione come misura inevitabile della mistificazione a monte della realtà. Attraverso la cornice esplicita introduttiva, può così raccontare la sua fiaba anti-Pollicino interrogandosi su come, sempre nella logica fiabesca, sia concepibile la scelta di uccidere o far morire i propri figli. Il dono più prezioso equipara così visivamente il mestiere del boscaiolo, soggetto maschile di tutte le guerre, di mutilare la natura, il femminile fecondo, gli alberi, come la “soluzione finale” nazionalsocialista si è impegnata a cancellare un popolo interamente, a cominciare dai bambini, riuscendoci in parte; cioè consegnando alla memoria forse condannata a non avere un futuro, una quota consistente del bilancio industriale e quindi del modello riproducibile a tempo indeterminato dell’eccidio di massa capillare, ideologico, religioso e scientifico. Il tratto grafico, con i contorni marcati, fino ad esplodere nelle tavole pittoriche delle vittime sterminate di numero e di fatto tiene dentro dunque immagini altrimenti insostenibili razionalmente e moralmente, perché nessuna narrazione, semplificando e concentrandosi su porzioni strette di umanità, può restituire la disumanità al suo livello, ad oggi, più performativo. Di un cineasta che si rimette in discussione, cambia registro, genere e tecnica, non fa sfoggio del suo stile, ma nella versatilità recupera un’etica anche dello stile, è dunque lecito fidarsi più di chiunque; specie in questa fase di triste olocausto diffuso e trasversale della conoscenza e dell’arte, dove gli autori sedicenti fingono di non c’entrare, né hanno dall’alto del loro tornaconto produttivo e festivaliero, distributivo e monetario la lucidità razionale dei remoti, ispidi Godard e Kubrick.


 

Il dono più prezioso
Francia, 2024,
Titolo originale:
La plus précieuse des marchandises
Regia:
Michel Hazanavicius
Sceneggiatura:
Michel Hazanavicius, Jean-Claude Grumberg
Montaggio:
Laurent Pelé-Piovani
Musica:
Alexandre Desplat
Cast:
Jean-Louis Trintignant, Grégory Gadebois, Denis Podalydès, Dominique Blanc
Produzione:
Ex Nihilo, Les Compagnons du Cinéma, Les Films du Fleuve, Prima Linea Productions, Studiocanal S.A.S.
Distribuzione:
Lucky Red

C’era una volta un povero taglialegna che viveva con la moglie in una grande foresta. Il freddo, la fame, la povertà e una guerra spietata rendevano la loro vita durissima. Un giorno, la moglie del taglialegna trova un piccolo fagottino nella neve. Una neonata era stata lanciata da uno dei tanti treni che attraversano la foresta. Questa bambina, questo dono prezioso, trasformerà definitivamente la vita del taglialegna e di sua moglie. La loro storia rivelerà il peggio e il meglio del cuore degli uomini.

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