«Viviamo in un’epoca in cui le pressioni esterne sono fortissime: richieste narrative, estetiche, di formato, canoni… Il cinema e le serie sono diventati un’industria affamata di contenuti. E trovare, in mezzo a tutto questo, il tempo, il respiro e la libertà per raccontare qualcosa in modo autentico, per me è un gesto di coraggio. E Nicolangelo, con La Gioia, questo gesto lo ha compiuto», ha affermato in un’intervista Francesco Colella, che interpreta Cosimo, il parrucchiere amico della madre del protagonista nonché suo amante e principale sfruttatore della sua bellezza, nello splendido e conturbante La gioia di Nicolangelo Gelormini, tratto dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori che si rifà, a sua volta, a un fatto di cronaca del 2016, l’uccisione a Castellamonte di una cinquantenne da parte di un ragazzo, che l’aveva raggirata estorcendole 187mila euro “per amore”, e del suo protettore.

Proveniente dalle Giornate degli autori di Venezia, un film cupo, dunque, che lascia addosso un malessere che fa riflettere su più aspetti, anche del nostro contemporaneo: il desiderio e la sua potenza, la solitudine e il conseguente bisogno di essere visti e riconosciuti, il potere della bellezza ma anche il desiderio di essere altro, oltre, il peso del denaro, il condizionamento familiare e le famiglie disfunzionali. L’illusione, il vedere ciò che si vuole vedere perché non si può/ riesce a vedere altro, nonostante spessi occhiali. O forse sì; ma è troppo forte questo sentimento che arriva all’improvviso e travolge tutto, inesorabilmente. Senza scampo. Come è forte, per una volta, dall’altra parte, essere visti al di là della fulgida apparenza, dell’abbagliante – e giovane - aspetto esteriore. Siamo dalle parti di Fassbinder, Antonioni e Visconti, Bellocchio e il Guadagnino degli inizi, si sarà capito; e in questo senso siamo di fronte a un autore (si può ancora dirlo?) che, come afferma Colella, non ha paura di toccare certi temi e di farlo in maniera autentica, originale, entrando nelle situazioni ed equiparando quasi, nell’adattamento molto libero che opera del fatto di cronaca riguardante Gloria Rosboch, la donna (Gioia) e il ragazzo (Alessio), perché sono entrambi fragili nonostante il ruolo sociale della prima e la sfacciataggine anche come studente del secondo, e sono entrambi il prodotto di un contesto, familiare oltre che sociale, desolato e corrotto, in un caso perché tiene fuori dal mondo, o meglio dentro a un certo mondo (la casa piena di ninnoli d’altri tempi alla Gozzano, la madre controllante e religiosissima, il padre in avanzato stato di demenza), una donna che non ha mai potuto farsi una vita propria, essendosi dedicata anima e corpo all’insegnamento e alla cura dei genitori, nell’altro perché spinge un ragazzo a trascurare gli studi, quindi la sua possibilità di futuro, in nome del denaro di cui tutta la famiglia (la madre, in realtà, e il suo amico: il padre li ha abbandonati da tempo e l’amante della madre scompare presto, di fronte alle pretese economiche di lei) ha bisogno, e che lui stesso si è abituato a considerare come fondamentale.
Due personaggi di questo tipo non potevano non attrarsi, per quanto questo possa sembrare paradossale essendo esteriormente l’uno l’opposto dell’altro, dal momento che all’ingenuità di Gioia e alla sua apertura al prossimo fa da contraltare il fatto che Alessio ha subito fiutato l’interesse che può trarre da tutto questo, perché fiutare l’interesse, il vantaggio, il tornaconto che può ricavare dalle situazioni, è la sua maniera di vivere; questi due personaggi, si diceva, una timida e riservata, amante della letteratura nelle cui vicende si tuffa, novella Bovary, per compensare la sua mancanza di esperienza, l’altro intelligente e scaltro, sfrontato ma all’occorrenza garbato e gentile, abituato, comunque, ad usare il proprio corpo per trarne profitto, questi due personaggi si incontrano nel punto in cui le rispettive fragilità vanno a toccarsi, per un momento almeno: il bisogno per lei di essere vista, guardata come donna oltre che come figlia o docente, e di abbandonarsi all’amore, e per lui di essere visto come persona, non solo come corpo in vendita. Perché lei, una Valeria Golino imbruttita (lenti a contatto scure, occhiali, protesi al naso e brufoli), a quel ragazzo sa tenere testa e cerca di lavorare sulle sue parti migliori, perché vuole aiutarlo a crescere; e lui tira fuori da lei quelle parti che aveva sempre nascosto e che non sapeva nemmeno di avere, come il talento nel fare qualcosa (recitare l’atto di dolore, sì, ma anche ballare). Anche lui quindi, un Saul Nanni incredibilmente in parte, fiammeggiante e camaleontico come il suo personaggio, la aiuta a crescere, perché nonostante l’età adulta lei è ancora una bambina che, come dice, è stata “lenta” per tutta la vita, e ora vuole recuperare il tempo perduto. Anche se questo (e lo intuisce, certo che lo intuisce, ma ci si butta ugualmente) le costerà caro. Da un certo punto di vista è un film sul male, il nostro, sui limiti e sulle infinite forme che il “male” può assumere; ma l’indagine più profonda è quella sulla natura umana, con la sua ambiguità e complessità.

Degli attori si è detto; a Golino, Nanni e Colella aggiungiamo Jasmine Trinca, qui in un ruolo (quello della mamma di Alessio) non usuale per lei, dark lady disperata per denaro e madre che avalla, sempre per denaro, i “giochi” del figlio adolescente, orchestrati dall’amico. La sceneggiatura, di Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori in collaborazione con Chiara Tripaldi, ha vinto il premio Solinas nel 2021. La fotografia di Gianluca Rocco Palma rende il contesto (la provincia piemontese desolata ma anche Torino e in particolare il Lingotto, con Monica Vitti raffigurata sulla pista del tetto e con Le Espressioni di Teti di von Bismarck, una sorta di boa sospesa che al tempo delle riprese era collocata al centro della rampa elicoidale dell’ex-fabbrica e che campeggia, emblematicamente, sullo schermo nella scena finale del film) sufficientemente cupo e claustrofobico ma anche triste e noioso, di quella noia che attende la scintilla che la farà avvampare.
Un’atmosfera noir, poi, si respira nel film, e questo ha a che fare con i generi: dramma psicologico, rielaborazione libera di un fatto di cronaca già ripreso dal teatro ma anche, appunto, noir e fiaba gotica, con l’oggetto del desiderio che sfugge e l’inganno perpetrato ai danni dell’ingenua protagonista. In questo senso è interessante la locandina, con la scena quasi magica del sollevamento di Gioia sull’albero da parte di Alessio (a cui segue una caduta rovinosa, quando il film torna nella realtà), che la prende per il collo come tragicamente farà alla fine, per un altro scopo. Infine la musica, di Tóti Guðnason con inserimento di brani originali dei New Order (fantastica la scena del ballo a due), di Jackson Frost, di Satie (la Gymnopédie No. 3) e, soprattutto, Reality di Richard Sanderson, tratta da Il tempo delle mele, che sentiamo più volte nel corso dell’opera e il cui ritornello suona così (lo riportiamo a conclusione di questo contributo, dato che ne riassume pienamente il significato): «Dreams are my reality/ the only kind of real fantasy/ illusion are a common thing / I try to live in dreams / it seems as if it’s meant to be», e poi: «Dreams are my reality/ a different kind of reality/ I dream of loving in the night/ and loving seems all right/ although it’s only fantasy».
Gioia è un’insegnante di liceo che non ha mai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio che usa il suo corpo come uno strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare sua madre, cassiera in un supermercato. Tra Alessio e Gioia nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi...