Simón Mesa Soto

Un poeta

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Il secondo lungometraggio di Simon Mesa Soto concentra la sua attenzione, così come era avvenuto nel suo precedente Amparo (2021), su una persona che, dal fondo della sua situazione esistenziale e sociale, cerca una via di salvezza in grado di restituirgli il senso del suo stare al mondo. Un poeta, però, attraverso la vicenda del suo patetico protagonista rimanda a un tema che non può non coinvolgere anche l'esperienza di Mesa Soto medesimo, regista contro ogni previsione ma anche contro ogni ragionevole dubbio in un contesto poco benevolo nei confronti di chi voglia esercitare con determinazione una qualche forma di professione artistica. 

Il protagonista, Oscar Restrepo, vive nella consapevolezza male accettata di un sogno tramontato di fatto sul nascere, ossia quello di un riconoscimento del talento che pure è convinto di possedere. Di quel fallimento non gli resta che la messa in scena quotidiana di un banale, sgangherato maledettismo, nel solco di una tradizione poetica che annovera ben più elevati rappresentanti e che si risolve nel suo caso in un inconcludente vittimismo, fonte di clamorose sbornie notturne e di irritazione per quanti in un modo o nell'altro cercano comunque di sostenerlo. Simon Mesa Soto affronta di petto il disagio del suo protagonista, traducendolo in una forma cinematografica ironicamente partecipe e volutamente traballante, dal retrogusto rabbiosamente punk (categoria estetica da lui stesso evocata a proposito del film) che non cerca facili riconciliazioni, preferendo l'instabilità dei toni grotteschi alle sicurezze offerte da una tradizione cinematografica che le sue capacità registiche gli permetterebbero agevolmente di sfruttare.

Oscar si sottrae cocciutamente a ogni richiesta di ragionevolezza da qualsiasi parte provenga, in nome di una singolarità sempre in guerra con quel mondo che, paradossalmente, è per lui anche l'unica fonte d'ispirazione – almeno a quanto traspare dai suoi risicati versi di cui veniamo a conoscenza. La sua irresponsabilità, evidentemente congenita, lo travolge anche quando cerca di superarla in nome dell'amore paterno, scaraventandolo in una situazione ad altissimo rischio fisico e giudiziario proprio quando gli sembra di essere sul punto di assolvere alla sua missione artistica quanto meno assicurando gli onori della poesia a un'adolescente tutto sommato poco convinta. Frangente, questo, in cui – a dispetto di ogni apparenza, a partire dal suo aspetto – dimostra di essere forse l'unico a possedere una briciola di grazia, fra tanti che ne risultano, al contrario, del tutto privi. 

Un poeta è film fortemente radicato nelle contraddizioni e nel malessere sociale colombiani, come del resto lo era Amparo, che Mesa Soto viviseziona con occhio partecipe quanto implacabile; sguardo da entomologo cui però non mancano elementi di fugace tenerezza e la qualità della compassione intesa nel suo significato più proprio. Al tempo stesso è un film dal respiro molto più ampio, capace di travalicare la pur importante prospettiva sociale legata al contesto di riferimento,  per attingere a temi come quello del bisogno individuale di “abitare poeticamente” la propria vita, nella misura e nei modi che l'esistenza offre (o concede) ad ognuno; o come quello dell'arte esercitata in quanto malinteso strumento a disposizione di una ricerca di riconoscimento pubblico, anche quando proprio questa ricerca finisce per passare al tritacarne delle convenzioni e dell'interesse personale ogni valore – o sedicente tale. Temi che non perdono un grammo del loro peso nel transito dalla pratica individualistica e quasi utopica della poesia a quella del cinema, arte di massa e industriale per definizione.

Un poeta
Colombia, Germania, Svezia, 2025, 123'
Titolo originale:
A Poet
Regia:
Simón Mesa Soto
Sceneggiatura:
Simón Mesa Soto
Fotografia:
Juan Sarmiento G.
Montaggio:
Ricardo Saraiva
Musica:
Matti Bye & Trio Ramberget
Cast:
Rebeca Andrade, Guillermo Cardona, Alisson Correa
Produzione:
Ocultimo (Juan Sarmiento, Simon Mesa Soto)
Distribuzione:
Cineclub Internazionale

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