È uno di quei film che ti prendono (allo stomaco) e non ti lasciano fino alla fine, e oltre, Yellow Letters di lker Çatak, vincitore dell’Orso d’oro all’ultima Berlinale e quinto film (dopo La sala professori) di questo regista tedesco di origine turca, che racconta la sua Turchia (quella di Erdoğan, in riferimento implicito agli arresti di intellettuali e artisti verificatisi tra il 2016 e il 2019) ambientandola in Germania, visto che girare in Turchia, in quel momento, un film del genere, sarebbe stato impensabile. La Turchia trasferita in Germania: perché nei titoli di testa compaiono le scritte, dopo quelle che si riferiscono agli attori, “Berlino nel ruolo di Ankara” e “Amburgo nel ruolo di Istanbul”; impensabile un film del genere allora (ma anche oggi) in Turchia, come in qualunque altra dittatura o “democratura”, perché il suo tema di fondo, universale, è il rapporto tra politica e arte: l’arte, il teatro nella fattispecie, può cambiare davvero il mondo, come chiede un po’ perplessa al padre la figlia dei due protagonisti, lui docente universitario e autore teatrale acclamato, che lavora con fondi statali e può permettersi di contestare (blandamente) il regime, lei attrice altrettanto conosciuta e amata dal pubblico, che porta in scena le sue creazioni? E quanto spazio può avere, l’arte? Fino a dove cioè può spingersi, senza che intervenga una qualche forma di censura?
Il film all’inizio mostra questo: la coppia, benestante, protagonista vive con la figlia adolescente ad Ankara, frequenta l’ambiente intellettuale della capitale e attraverso la sua opera, sul palco come all’università, esprime le proprie idee, a teatro con spettacoli anche dirompenti. Succedono però a un certo punto due cose: lei (Derya), orgogliosa e altera, rifiuta di farsi fotografare, al termine del nuovo spettacolo, con i politici che sono venuti (distrattamente) a vedere la pièce, lui (Aziz) qualche giorno dopo, mentre in città si sta svolgendo una manifestazione contro la guerra, invita i suoi studenti a prendervi parte, affermando che la vita viene prima del teatro, per cui non si può capire il teatro se, prima, non si “entra” nella vita. I due vengono quindi presi di mira dal regime, che comincia a mandare a lui e ai suoi colleghi accademici delle “lettere gialle” di rimozione dall’incarico, e fa sospendere la pièce il giorno dopo la prima proponendo agli attori, quindi anche a Deyra, in alternativa, la messa in scena di uno spettacolo politicamente inoffensivo, che lei rifiuta. La famiglia deve così trasferirsi a Istanbul, dalla madre di Aziz, e cercare un nuovo impiego; lui farà il tassista di notte e comincerà a collaborare con un teatro indipendente, lei, dopo aver partecipato come interprete alla preparazione della nuova pièce del marito, cederà alle lusinghe di una serie televisiva da protagonista, contro ogni suo principio. Perché il processo al marito si complica a causa della denuncia di un suo studente, quindi l’idea di tornare a vivere e a lavorare ad Ankara si fa sempre più remota, e senza lavoro i soldi scarseggiano, visto che suo fratello non ha intenzione di vendere, come lei gli chiede, un bene di famiglia; senza contare il fatto che non si può, stare ad oltranza a casa della suocera. A questo punto il film si sposta su due tematiche collaterali, ma altrettanto importanti: il logoramento dell’equilibrio familiare, o comunque di quello di coppia, provocato dalle pressioni subite e dalle conseguenze materiali di esse, e la messa in discussione dei principi. Derya, che sembrava la persona più fedele ai propri ideali, cocciuta, anche, nel sostenere le sue opinioni e nel “tenere il punto” nelle situazioni più impegnative, cancella i post anti-governativi dai suoi social e accetta il compromesso del nuovo lavoro; Aziz rimane invece fedele a se stesso e, quando lei abbandona la pièce a cui stanno lavorando insieme, decide di interpretare lui il protagonista, un uomo che deve passare più volte in un metal detector fino a quando non è costretto, indumento dopo indumento, a denudarsi completamente. Sarà la figlia, che una sera scappa di casa, a far deflagrare le tensioni ma poi anche a ricomporle, in un finale che può sembrare consolatorio ma che non toglie nulla a quanto è stato detto, e fatto, fino a quel momento, culminando nell’immagine di Aziz che, improvvisamente stanco, indugia nella roulotte di scena di Deyra e si stende sul suo letto, a guardare il cielo dall’oblò che sta sopra di lui…
Il tutto in un’opera densa, compatta, potente, che ha delle cose da dire, soprattutto sul ruolo che assumono i valori e gli ideali nel momento in cui qualcosa di esterno li mette alla prova, e le dice bene; forte di una sceneggiatura (del regista con la moglie Ayda Meryem Çatak e con Enis Köstepen) che non mostra cedimenti né sbavature, di una fotografia fredda ma funzionale e soprattutto di due attori in stato di grazia, Özgü Namal e Tansu Biçer. La regia, infine, tallona i personaggi in frequenti primi piani e utilizzando la camera a mano, mettendoli alle strette ma al contempo rispettandoli, e comunque rappresentandoli in tutte le loro sfumature psicologiche ed etiche, anche nel confronto generazionale (con la figlia e con la madre/ suocera), in un film che da politico e sociale (e il realismo, in questo senso, c’è tutto) diventa sempre più intimo, e personale.
Foto: Yellow Letters (2026) © 2026 Lucky Red All Rights Reserved.
Il matrimonio di Derya e Aziz è sotto pressione dopo perdere il lavoro a causa dell'arbitrarietà statale e essersi trasferiti a Istanbul per vivere con i genitori di Aziz. Ora con la figlia Ezgi devono ridefinire il loro stile di vita.
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