Vince Gilligan

Plur1bus

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E pluribus unum (da molti, uno) è il motto dello stemma degli Stati Uniti, una citazione virgiliana: tredici lettere come le tredici colonie della Guerra d’indipendenza che fondarono la nazione. E il numero è lo stesso dei sopravvissuti di Pluribus, immuni, inspiegabilmente, a un virus nato da un segnale RNA alieno, sfuggito da un laboratorio di ricerca, origine di una pandemia che nei contaminati genera una mente comunitaria e interconnessa, l’Unione di un’umanità onnisciente e spersonalizzata.

L’ideatore della serie Vince Gilligan, geniale showrunner di prodotti spartiacque come Breaking Bad e Better Call Saul, proietta la luce sinistra di una metafora USA più contemporanea che futuribile già dal titolo tout court e da quello del primo episodio (We Is Us), operando parallelamente, fin da queste radici, nella cifra espressiva dello scarto e del rovesciamento, che confuta e sgretola dentro e fuori la diegesi, oltre le convenzioni del racconto di genere e il tepore percettivo dell’odierno rapporto con il progresso. All’Unione globalizzata tanto idealizzata e sbandierata ma sfumata a causa di tredici individui (uomini e donne di ogni latitudine) si oppone qualcosa di più irriducibile, un monolito in carne e ossa, Carol Sturka (Rhea Seehorn), una tra i non infetti, autrice di saghe rosa bestseller, scontrosa e refrattaria, “la persona più infelice della Terra che cerca di salvare il mondo dalla felicità”.

Nell’affresco del mondo nuovo, più carsico e subdolo di quello distopico e coercitivo di Aldous Huxley, Pluribus si erge là dove altre serie del fantastico si arenavano per un’estetica nerboruta e autoreferenziale, costruisce una sua iconografia spaziale in equilibrio tra le comfort zone del quotidiano (asettico set design di quiet luxury) e gli innesti di una fantascienza che si propaga non in effetti mirabolanti, ma nel gusto della gentile ironia apocalittica, del sarcasmo grandangolare, del paradosso filosofico. Ancora l’Albuquerque di Breaking Bad, sotto il sole accecante del New Mexico che la fotografia coglie nel nitore di landa di nessuno e sineddoche del pianeta, dove L’invasione degli ultracorpi (1956), debitamente nominato interseca La fabbrica delle mogli (1975), con uomini omologati al principio supremo del benessere e del rispetto totalitario, disposti a tutto pur di accontentare le richieste, ora vitali ora beffarde, di Carol, che, in segreto, rientra in un loro piano prestabilito. Gilligan, tuttavia, non increspa il racconto di nervature citazioniste, infondendo già l’esattezza di un classico ipermoderno, con la costruzione tersa e materica dell’immagine, la scrittura liquida ma di prismatica interpretazione, la drammaturgia compatta e insieme polifonica del singolo episodio, frutto dell’esperienza di sceneggiatore per X-Files.

Apologo sul valore dell’individualità e del libero arbitrio, difesi a oltranza dalla protagonista, Pluribus stratifica tutte le angolazioni possibili tra coscienza umana ed emancipazione high-tech, tra socialismo e tecnocrazia, tra utopie salutistiche e le loro compromissioni, in un atto di onestà intellettiva e intrattenimento esplorativo che è soprattutto elusione del pensiero unico, sempre più dominante, sempre più affilato. La serie, però, in coerenza con il polisemico titolo che incorpora una pluralità di sguardi, conduce lo spettatore altrove, in deviazioni impercettibili in superficie e deflagranti in introspezione, co-dirette con Rhea Seehorn, che aggiorna le accezioni positive della recitazione seriale, iscrivendo nelle vibrazioni di Carol Sturka un plot psicologico.

Gulliver biondo in blue jeans, inverso Candido di Voltaire, vulnerabile Ninotchka di Lubitsch non insensibile alle seduzioni capitalistiche dell’Unione, il personaggio scavalca il suo eroismo a stelle e strisce e tra l’elaborazione di un lutto e un anelito d’amore svela tutto il potenziale inventivo e analitico che la fantascienza può ancora schiudere e varcare a ridosso dell’intelligenza artificiale, che, seppur non ancora capillare nel periodo di ideazione della serie, si aggira qui come profetica allegoria, come spettro di un Occidente desertico al suo salto nel vuoto.


 

Plur1bus
Stati Uniti, 2025, 9 x 55'
Titolo originale:
id.
Ideazione:
Vince Gilligan
Cast:
Rhea Seehorn, Karolina Wydra, Carlos Manuel Vesga
Produzione:
Bristol Circle Entertainment, High Bridge Entertainment, Sony Pictures Television
Distribuzione:
Apple TV+

Il mondo intero viene sconvolto da una trasformazione silenziosa che avvolge l'umanità in una coscienza condivisa: tutti gli esseri umani vengono "infettati" da un'essenza misteriosa che conduce verso un benessere diffuso e una cooperazione istantanea di tutti gli individui. Tutti, tranne una: Carol Sturka, autrice di romanzi storici romantici che resta inspiegabilmente esclusa da questo abbraccio collettivo. Mentre il mondo diventa gentile fino all'oppressione, Carol cerca di capire se la sua singolarità sia un difetto da correggere o l'ultima prova che la libertà ha ancora un prezzo.




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