Fatih Akin

L'isola dei ricordi

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L’isola dei ricordi è un film interessante per più di un motivo. Presentato a Cannes Première nel 2025 e paragonato da qualcuno a La zona di interesse per lo sguardo “altro” che posa sul nazismo, in questo caso sulla sua fine, è innanzitutto un’opera sui generis per Fatih Akin, regista tedesco di origine turca che si è fatto conoscere nel 2004 con il potente La sposa turca, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino. La sua terra d’origine, i rapporti tra questa e i paesi europei meta d’emigrazione, le migrazioni in genere ma anche la storia e la politica, il terrorismo, l’affermazione delle destre a livello mondiale sono i temi che hanno sostanziato la sua produzione, costituita da film inizialmente “sporchi”, urlati, che grondavano passione e sentimento, vitalità giovanile e sensualità e soprattutto musica, tanta musica. Punk, rock, etnica anche, come nel documentario sul panorama musicale indipendente di Istanbul. Film drammatici ma anche ironici, comunque crudi, diretti, viscerali. Con questo film il regista cambia la sua cifra perché al “rumore” dei film precedenti sostituisce il silenzio e l’equilibrio di una presa di coscienza o meglio di una iniziale messa in dubbio dell’universo di valori nel quale è vissuto fino a quel momento da parte del protagonista, un ragazzino vissuto ad Amburgo e poi nell’isola di Amrum (Frisone, Mare del Nord) negli anni del nazismo e del secondo conflitto mondiale. Con uno stile molto più distaccato del solito, e raffinato. Fatto di spazi aperti, di mare, sabbia, cielo e nuvole, di uccelli notturni e diurni, di paesaggi luminosi. Che lascia parlare i fatti anche perché, rappresentando la posizione del giovane protagonista, non può esprimere un punto di vista preciso: è lui che si formerà un’opinione, nel tempo, a partire dagli scricchiolii che vive in quegli ultimi giorni di guerra (aprile - maggio 1945, dalla vigilia della morte di Hitler alla resa della Germania), rispetto all’idea che si era fatto delle cose. Del bene e del male. Del giusto e dello sbagliato. In un territorio neutro, naturale rispetto allo scorrere della storia dell’uomo (il titolo originale è Amrum), che non è Amburgo, o Berlino, o Dresda, ma è pur sempre Germania, in cui gli aerei da guerra passano, sorvolandolo (la prima scena mostra proprio questo), ma la vita scorre più o meno come prima; territorio che rappresenta un ponte tra quello che è stato e quello che sarà, per il protagonista come per la Germania tutta.

Questo cambiamento di stile ha in realtà una ragione: è la prima volta che Akin dirige un film non suo perché l’opera nasce dalla collaborazione con Hark Bohm, attore fassbinderiano diventato poi regista che, per motivi di salute (è morto nel novembre del 2025), non ha potuto girare quest’opera autobiografica ma ha seguito Akin nella rielaborazione della sceneggiatura e nelle riprese, comparendo nell’ultima scena in un primo piano sofferto in riva al mare, con la camera che poi arretra e lo lascia lì, in campo lungo, a soppesare i ricordi. Un omaggio sentitissimo a un personaggio importante del cinema tedesco, tanto che l’opera può essere definita, come sottolinea l’autore, “un film di Hark Bohm realizzato da Fatih Akin”.

L’altro motivo di interesse del lavoro riguarda i bambini, il mondo visto dai bambini. E qui i riferimenti si sprecano: alcuni propriamente, nel senso che Akin li ha tenuti presente (Ladri di biciclette, Sciuscià, Il tamburo di latta, Il nastro bianco con le dovute differenze di atmosfera e spirito, ma anche Stand by Me e La morte corre sul fiume), altri meno propriamente, ma legittimamente (Truffaut). Anche se il riferimento dichiarato di Akin (oltre a Malick per la luce dei suoi paesaggi) è Heimat, la grandiosa epopea di Reitz che copre tutto il Novecento, ripercorrendo la storia tedesca attraverso quella di una famiglia. Nel nostro caso la famiglia di Nanning (così si chiama il protagonista) è quella di un pezzo grosso del nazismo, in quel momento impegnato al fronte (sentiremo la sua voce in una lettera che invia alla consorte da un campo di prigionia inglese, a guerra finita), di sua moglie, talmente fedele a quell’ideologia da smettere di mangiare nel momento in cui viene a sapere che è morto Hitler (lo stesso giorno in cui partorisce il quarto figlio), dei loro bambini e della sorella di lei; ma anche quella dei parenti emigrati negli Stati Uniti come il fantomatico zio Theo, che si scopre aver amato in gioventù una donna ebrea senza che il padre di Nanning muovesse un dito per salvarla dalla morte. E poi c’è il villaggio, ci sono la scuola e l’amico con la radio clandestina in casa, c’è il lavoro dei campi con una donna che scredita il nazismo, c’è un pescatore che racconta a Nanning la vera storia dello zio “americano”, ci sono i profughi (vecchi e bambini) che arrivano dalle zone bombardate dell’Est, c’è la gente esasperata dalla guerra ma c’è anche un altro zio, convinto sostenitore del regime, che si uccide dopo la resa della Germania e che costringe il nipote a recitare tutto l’inno della Gioventù Hitleriana, se vuole avere da lui quello che chiede.

E qui entriamo nel cuore di quest’opera: l’ideologia, la follia delle ideologie che impongono uno sguardo unico sul mondo, al di là del quale ogni cosa è condannabile in quanto “diversa” (lo si vede nei compagni di scuola di Nanning, che discutono del suo non essere originario di Amrum e che discriminano i profughi di guerra chiamandoli dispregiativamente “i polacchi”). E la necessità, in questo, di prendere posizione. Ma anche la difficoltà del prendere posizione, specie se si è bambini e si è cresciuti in una certa cultura, aprioristicamente (e forzatamente) accettata. E, a seguire, il tema della responsabilità, per il quale segnaliamo l’interessante documentario Hitler’s Children di Chanoch Zeevi, 2011: in un passaggio emblematico lo zio Theo compare in sogno a Nanning e gli dice che, sì, lui non è responsabile del nazismo (della guerra, della crudeltà, delle brutture dell’uomo), ma in quanto figlio di quel tempo è inevitabilmente coinvolto, in quel tipo di logica. E quindi, in qualche modo, è colpevole. Nanning questo a mano a mano lo capisce; ma non solo: viene in contatto, nei giorni sospesi della sconfitta tedesca, con la realtà concreta della vita nel senso della sopravvivenza, fatta di cibo che, se manca, va trovato stanando i conigli e squartandoli con le proprie mani, o richiamando le foche sulla spiaggia per poi ucciderle.  

Ma questo film è anche, e soprattutto, la storia di un ragazzino bisognoso d’affetto e pregno d’amore per la propria madre, per la quale è disposto ad attraversare distese di terra e acqua allo scopo di trovare del pane bianco con burro e miele cioè i cibi così preziosi, perché in quel momento così rari, di cui lei ha espresso il desiderio nel momento in cui si rifiutava di mangiare. Mettendo in campo tutte le sue risorse, la sua inventiva, il suo coraggio. E compiendo, in questo modo, il suo personale coming of age.

L'isola dei ricordi
Germania, 2025, 93'
Titolo originale:
Amrum
Regia:
Fatih Akin
Sceneggiatura:
Fatih Akin, Hark Bohm
Fotografia:
Karl Walter Lindenlaub
Montaggio:
Paris Ludwig
Musica:
Hainbach
Cast:
Jasper Billerbeck, Laura Tonke, Lisa Hagmeister, Kian Köppke, Lars Jessen, Detlev Buck, Matthias Schweighöfer, Diane Kruger
Produzione:
Fatih Akin, Mira Fellner, Lara Förtsch, Ann-Kristin Homann, Magdalena Prosteder, Matthias Voucko, Herman Weigel, Felix Wendlandt
Distribuzione:
Bim Distribuzione

Nanning, 10 anni, fa tutto il possibile per aiutare sua madre a cacciare, pescare e lavorare nei campi. Tuttavia, la tanto attesa pace porta conflitti totalmente nuovi e Nanning deve trovare la sua strada nella vita.

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