Circle Mirror Transformation: Valerio Binasco e il potere rivoluzionario del teatro

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«Circle Mirror Transformation di Annie Baker parla di uno sparuto gruppo di allievi, quasi tutti di mezza età e oltre, di una piccola scuola di recitazione “rurale”, per dilettanti, in cui non succede quasi niente. A partire dal loro primo giorno di scuola, stiamo tutti a guardare cosa potrebbe succedere: ma con calma, come un viaggiatore guarda fuori dal finestrino, senza percepire intimamente il paesaggio. Intanto il treno va. E noi con lui».

Cosi Valerio Binasco apre le sue note di regia, preparando lo spettatore a quello che si configura fin da subito come un viaggio.  Nell’opera seconda della drammaturga Annie Baker (vincitrice nel 2010 dell’Obie Award - il premio creato dal giornale The Village Voice che incorona le produzioni Off- e Off-Off Broadway - per la migliore nuova opera teatrale americana) apparentemente non succede nulla: siamo in Vermont e cinque personaggi si ritrovano per seguire un corso di teatro. C’è Marty (Pamela Villoresi), la conduttrice del laboratorio, per la prima volta alle prese con un gruppo di adulti, suo marito James (lo stesso Binasco) che partecipa senza una vera motivazione, Theresa (Alessia Giuliani), attrice cinquantenne fallita, Schultz (Andrea Di Casa), falegname in profonda crisi sentimental/esistenziale, e infine Lauren (Maria Trenta), teenager che vorrebbe fare l’attrice. Il corso si svolge su un arco di tempo di 6 settimane, scandite dalle scritte video che partono dal prologo (con la scena a vista in cui senza fretta entrano i personaggi) per arrivare all’ultima lezione. Il tutto inframmezzato da “intervalli” in cui scopriamo informazioni sui vari personaggi (Schultz è divorziato da un anno, James ha una figlia da una precedente unione con cui da un anno e mezzo non parla, Lauren ha genitori che litigano sempre, ma ci sono anche approcci sessual/sentimentali di effimera durata), da silenzi, ma soprattutto da esercizi teatrali, vere e proprie chiavi di volta del procedere dell’azione. Sono esercizi tipici e in parte conosciuti che fanno leva sulla capacità di fidarsi e affidarsi, che puntano a sviluppare la capacità di ascolto profondo, che prevedono lo scambio non tanto di ruolo, ma di identità. Apparentemente si gioca (to play nella doppia accezione di “giocare” e “recitare”), ma emergono piccole tensioni, dissidi che rientrano, note stonate di disagio, di non detto, risate a denti stretti che lasciano spazio a lacrime, episodi apparentemente senza importanza che accumulandosi deflagrano portando una trasformazione profonda, prodromo di una vera e propria rivoluzione. Tutti i personaggi attraversano momenti critici che emergono a poco a poco rendendo il clima generale sempre più teso. E l’ultima lezione, con la potenza propria del teatro che - quando arriva a toccare le corde giuste - fa da detonatore di emozioni e pensieri, proietta a 10 anni di distanza le risposte plausibili (la forza del testo sta anche in questo non chiudere il cerchio con risposte definitive, ma con verosimili occorrenze).
 

Valerio Binasco fa un eccellente lavoro di regia, mettendosi al servizio di un testo che asseconda senza calcare mai la mano, e di direzione degli attori, tutti perfettamente in parte e abili nel lavorare in sottrazione rendendo in maniera spontanea personaggi apparentemente semplici, che rimangono impressi. Lo spettatore è accanto ai personaggi, li osserva, assiste ai loro piccoli e grandi drammi e, a mano a mano che il viaggio proposto da Binasco procede e si fa esperienza, diventa inevitabilmente uno di loro. Fuori dal finestrino, sulla scena, è la vita di ognuno di noi che scorre e risuona

 

Foto di Virginia Brown

Visto a Torino, Teatro Carignano il 12 aprile 2026

 

Prossime date:

Firenze, Teatro della Pergola   21-26 aprile 2026

Milano, Teatro Strehler   28 aprile-3 maggio 2026

Genova, Teatro Ivo Chiesa  6-10 maggio 2026

Bologna, Teatro Arena del Sole  14-17 maggio 2026

Osimo (AN), Teatro La Nuova Fenice  19-20 maggio 2026

Roma, Teatro Argentina  2-14 giugno 2026