Il matrimonio a stelle e strisce è stato sovente trasposto al cinema come pietra tombale del desiderio siderale, geometria crudele e inesorabile dei rapporti di forza, grandangolo allegorico dell’individuo compromesso da una nazione al tramonto dei suoi valori. La coppia istituzionalizzata e conformata come scacchiere di sopravvivenza in un logorio affettivo e politico; il secolare sogno americano scolorito nel disincanto o nell’incubo, nella sua accezione domestica. Schegge di una folie à deux inscenate da Fincher, P. T. Anderson, Baumbach, dai Coen. Con The Drama il norvegese Kristoffer Borgli (Sick of Myself, Dream Scenario), in linea con una produzione indipendente marchiata A24 e nelle dinamiche degli squilibri reversibili uomo-donna, iscrive nevrosi narrative dal soffio europeo e psicologie in interni di padronanza scandinava, in un intarsio di prospettive, dove l’epicentro semantico fluttua, cangiante, tra angolazioni di lettura.
I due protagonisti di The Drama sono scolpiti nella freschezza generazionale della star Zendaya e dell’ex divo teen Robert Pattinson, improbabili benestanti della Grande Mela, prossimi all’altare dopo un colpo di fulmine in un bistrot e un telegrafato fidanzamento. Dosare nello script l’innesco di un segreto indicibile concatena sempre le involuzioni del dramma al disagio dell’altro partner, alla sarabanda di sospetti altrui. Lui, angosciato dalla confessione di lei su una tragica responsabilità nell’adolescenza, arretra inquieto come Tom Cruise in Eyes Wide Shut, ma senza errare né progredire, nonostante i successivi passi (falsi) con l’altro sesso. Nemmeno con visioni spalancate e chiuse, poiché, nell’era dell’opacità dello sguardo, Borgli privilegia l’udito per eludere gli artifici, fino alla teatralità (drama), del matrimonio, senza cinica anarchia, ma come legittimazione di un dolore inviolabile.
La sordità parziale della protagonista, l’ammiccante tracklist di brani musicali, gli stridori off che punteggiano un intermittente thriller concorrono a definire The Drama come storia d’amore che è storia del suono e di ascolto, tra rivelazioni, ricordi, discorsi pubblici, convenevoli, che sono gioco, intese, ripartenze. Ed è qui che il wedding movie plana, con grazia acerba ma affrancata, dalle alture autoriali delle radiografie sociali, per addentrarsi, come una cassa di risonanza delle reticenze, nelle (com)passioni umane dei personaggi, incompresi e soli quando guardano nel fuori campo, distanti nei piani d’insieme, finalmente frontali e alla pari in un finale che, in un massacro dei sentimenti, rivendica ancora il potere della parola.
In un prodotto A24, Borgli non può che stratificare, spaziando dalla tensione insistita all’ironia graduata, intervallando il presente, l’onirico, la memoria. È sufficiente tuttavia un inserto brevissimo per varcare un immaginario più politico, già contemplato nel trascorso problematico della sposa, alle radici dell’America repressa, razzista e reazionaria. Basta il particolare di un orecchio mozzato a terra, epifania di violenza inestirpabile, per inchiodare The Drama a un’istanza civile di risveglio della coscienza, citando Lynch e Velluto blu, e sconfinare nelle suggestioni di una civiltà sommersa da rimossi e ipocrisie, che può tingersi di grottesco e sarcasmo, pulp e soap opera, come nella sequenza del banchetto nuziale, con le sue magnifiche scorie registiche da Lars von Trier e Thomas Vinterberg.
Opera sul complesso di colpa e sulla malagrazia della piccola gente (quindi con un cuore simenoniano), orchestrata sulle retromarce dei piani temporali, in un andirivieni di flashback e prolessi, distillato nella forma di un loop della paranoia e dell’amore irriducibile, increspato e ardito come una jazz session, The Drama nel frugale finale in una tavola calda si epura di tutto: del suo stesso plot, del suo funambolico stile per un’essenza (sobria) di regia, dei suoi scenari altolocati, in una spoliazione catartica degli orpelli WASP.
Come in una commedia del rimatrimonio degli anni Trenta rifulge il sodalizio degli interpreti, avviluppati in una riscrittura di sé; Pattinson, nel morbido ritratto di un inetto, sublima le stimmate di un languore espressivo sovente additato; Zendaya rispecchia in lampi ombrosi la dignità sofferta di chi ha integrato le sue origini afroamericane nel sistema. Ed è lei, ricettiva come un altro personaggio nero, a sbrogliare la matassa morale, nella sapienza dell’errore.
Foto: The Drama - Un segreto è per sempre (2026) © 2026 I Wonder Pictures All Rights Reserved.
I piani perfetti per il matrimonio di una coppia precipitano nel caos quando un segreto scioccante emerge pochi giorni prima della cerimonia.
Foto: The Drama - Un segreto è per sempre (2026) © 2026 I Wonder Pictures All Rights Reserved.