Dopo Gli amori di Anaïs, presentato nel 2021 alla Semaine de la Critique, Charline Bourgeois-Tacquet torna a Cannes, questa volta in concorso, con un altro film costruito come il ritratto intimo di una donna.
La vie d’une femme racconta la storia di Gabrielle (Léa Drucker), una chirurga cinquantenne che vive a Lione. Sposata con un uomo già padre di due figli, Gabrielle non ha mai avuto bambini ed è completamente assorbita dal lavoro e dalle responsabilità che esso comporta. Mentre la madre inizia a manifestare i primi sintomi dell’Alzheimer e il rapporto con il marito comincia lentamente a incrinarsi, Gabrielle conosce Frida (Mélanie Thierry), una scrittrice che, per preparare il suo nuovo libro, le chiede di poterla osservare durante gli interventi in sala operatoria. Tra le due nasce un’amicizia inizialmente discreta e intermittente, destinata però a mettere progressivamente in discussione gli equilibri, le abitudini e la stessa percezione che Gabrielle ha della propria vita.
Bourgeois-Tacquet costruisce il film come una vera e propria “identificazione di una donna”, articolando il racconto in undici quadri che scandiscono altrettanti momenti decisivi nell’arco di circa un anno della vita di Gabrielle. In ciascuno di questi frammenti di quotidianità – dalle riunioni d’équipe in ospedale ai litigi con il marito, dal prendersi cura della madre malata fino a una gita in montagna con Frida – il centro del racconto resta sempre e soltanto lei. Non c’è mai una scena che prosegua senza la sua presenza o in cui gli altri personaggi portino avanti autonomamente la narrazione.
È una scelta forte, per certi versi radicale, che finisce per sovrapporre completamente il film alla protagonista e alla sua esperienza esistenziale, come suggerisce il titolo stesso. Ne emerge il ritratto di una donna complessa e autorevole, cui il volto e il corpo di Léa Drucker conferiscono una durezza e una sorta di spavalderia dei gesti e degli sguardi. Gabrielle incarna inoltre un modello femminile che rompe diversi stereotipi di genere. Non solo per il carattere diretto e talvolta brusco, ma soprattutto per la posizione che occupa: capo di un reparto di chirurgia maxillo-facciale che gestisce il lavoro con l’autorità e la freddezza professionale che il cinema – e spesso l’immaginario sociale – tende ancora ad associare a figure maschili. Anche nei conflitti domestici questa dinamica emerge con chiarezza: durante un litigio in auto con il marito è quest’ultimo a mostrarsi emotivamente più fragile e disorientato nel rapporto, arrivando persino a chiedere a lei di guidare perché sente di non riuscire a fare nulla nel modo giusto. Un dettaglio apparentemente minimo, ma che incrina con naturalezza gli stereotipi sul rapporto fra figure maschili e femminili.
Che il film sia costruito attorno a questa idea di scardinare gli stereotipi – senza tuttavia voler mai trasformare il discorso in qualcosa di programmatico – emerge soprattutto dal modo in cui le figure maschili vengono progressivamente marginalizzate o lasciate ai bordi della narrazione. Il rapporto sempre più intimo con Frida rende infatti visibile quella sorta di autosufficienza femminile che il film mette in scena: uno spazio emotivo e relazionale in cui gli uomini sembrano incapaci di entrare. Anche il legame con il collega Kamyar, apparentemente l’unico uomo con cui Gabrielle intrattiene un rapporto autentico, finisce per incrinarsi quando lui la accusa di essere arida e poco empatica perché non ha mai avuto figli. Un giudizio che rivela uno sguardo ancora intrappolato in una concezione stereotipata della femminilità. E senza mai insistere apertamente sulla contrapposizione di genere, il film riesce a mostrare con efficacia la distanza crescente e l’incomunicabilità che rendono le quelle maschili figure sempre più periferiche rispetto all’esperienza interiore di Gabrielle. Non a caso, l’unico personaggio maschile ascoltato davvero con rispetto e attenzione è il vecchio montanaro interpretato da Erri De Luca, che di fatto fa sé stesso: una figura appartata, estranea al mondo sociale e persino al proprio corpo, capace proprio per questo di sottrarsi alle dinamiche di ruolo e ai codici identitari che il film continuamente mette in discussione.
È tuttavia nel rapporto con Frida che Gabrielle arriva a confrontarsi davvero con sé stessa. La relazione tra le due, dentro cui i rapporti di forza si spostano continuamente da una parte all’altra, è forse l’unica in cui la donna percepisce di non avere il pieno controllo della situazione, come invece accade nel lavoro o nella vita quotidiana. Lo sgomento che questo legame le provoca non nasce tanto dalla paura che Frida possa metterne a nudo le fragilità, quanto dal riconoscere se stessa nell’altra. Ed è probabilmente qui che il film trova il suo nucleo più interessante. Per quanto la costruzione a capitoli rischi a tratti di rendere il racconto un po’ schematico e quasi meccanico nella maniera in cui dispone episodi e snodi emotivi, Bourgeois-Tacquet riesce comunque a mettere a fuoco una soggettività femminile non banale. Perché non punta a trasformare Gabrielle in una figura esemplare o in un modello di empowerment. Al contrario, insiste sulle sue rigidità, sulle ambiguità, sui momenti di egoismo e di opacità emotiva, evitando di assolverla o idealizzarla. Una ricerca di autenticità che – molto più del discorso sugli stereotipi o sulle dinamiche di genere – conferisce al film un tono meno convenzionale rispetto a molti altri “ritratti di donna” che si vedono nel cinema contemporaneo.