Il pugilato l'ha aiutata a scegliere il mestiere d' attrice. "Ne ho fatto tantissimo. Si pensa sia solo uno sport di violenza, invece il pugile, non il picchiatore, capisce quando l'incontro-scontro è espressione di fratellanza che si celebra proprio in quel momento". Difficile immaginare Maria Roveran sopra un ring, così minuta e aggraziata quando la incontri, eppure sempre così intensa nel momento in cui si materializza sul grande schermo o sul palco. "Lo so che sembra strano – ride l'attrice e cantautrice veneziana, protagonista del poetico doc "Anguane, le voci dell'acqua" del regista Giovanni Pellegrini e di un episodio della nuova stagione di "Stucky" accanto a Giuseppe Battiston, in attesa di iniziare le riprese di "La questione della capra" di Antonio Padovan - eppure il pugilato mi ha aiutato a riflettere su come stare con me stessa e gli altri. Il corpo è una parte importantissima di accesso, tanto più per un attore: è spazio emotivo, fisico e psicologico. Ti fa scoprire moltissime cose di te".
38 anni portati con la freschezza di una ragazzina, sguardo magnetico e intensi ruoli drammatici sin dal debutto nel 2013 in "Piccola Patria" di Rossetto, ritrovato poi in "Effetto Domino", passando per "La foresta di ghiaccio" di Claudio Noce, "Capri Revolution" di Martone, "La terra dei figli" di Claudio Cuppellini, la serie "Black out" e il ruolo da soprano nell'"Opera da tre soldi" di Brecht diretta da Damiano Michieletto, Maria Roveran è un fiume di creatività e talenti, capace di mescolare recitazione, vocalità e musica (ha all'attivo tre album con alcune canzoni entrate poi nelle colonne sonore dei film di Rossetto e Noce) e di creare profonde connessioni tra il mondo dell'immagine e quello del suono.
E' vero che prepara i personaggi cantandoli?
"Sì, anche perché la musica è il luogo in cui sono me stessa, la mia parte più intima. Adesso cerco una zona creativa in cui musica, meditazione, training attoriale e ascolto si pongano in relazione. Ora che ho 38 anni mi piace accedere ad altri livelli di spiritualità e di meditazione. Ai quali si lega poi un lavoro molto fisico e percettivo".
In "Anguane, le voci dell'acqua" di Pellegrini unisce musica e recitazione.
"In scena sono l'alter ego del regista e della sua visione, ma in un certo senso rappresento anche me stessa nella mia versione di ricercatrice di suoni da utilizzare in una produzione che parla di connessione con la natura. Tutto ciò mi porta a conoscere meglio il mondo dell'acqua, la precarietà delle risorse idriche, il loro inquinamento. Le immagini sono magnifiche, Pellegrini riesce a vedere il punto di vista poetico in un elemento che sarebbe soltanto naturale. Un grande talento dimostrato ampiamente anche nei suoi lavori precedenti".

In questo film torna a collaborare con il compositore Joe Schievano, autore della colonna sonora e anche lui "cacciatore" di suoni".
"Sì, è una collaborazione ormai consolidata: abbiamo lavorato coralmente, perché la colonna sonora del film nasce dalla mia vocalità e dai suoni recuperati da torrenti, grotte, passaggi dell'acqua. Non mi ero mai messa con l'orecchio vicino all'acqua per sentire modulare i flutti. Il mio ruolo è anche un pretesto per dare voce a persone che si misurano quotidianamente con l'acqua, e la monitorano. Questi incontri ci hanno portato a esperienze diverse, ci hanno suggerito punti di vista preziosi. Un film di scoperta: mi ha permesso di muovermi nella natura come quando ero scout".
Scout? E per quanto tempo?
"Tantissimo, dai 7 ai 21 anni. Una bella esperienza, utile per capire come rispondere al gruppo. E' stato sfidante, mi ha insegnato tante cose. Quando sono in un set è come trovarsi in un gruppo scout, c'è un capo, ci sono i vice, le squadriglie, e ognuno deve contribuire a far funzionare tutto. I set, per me, sono un luogo di studio".
In "Stucky" ha reincontrato Giuseppe Battiston dopo l'esperienza a teatro con "Churchill".
"Bellissimo ritrovarci, lo stimo tantissimo come artista e come persona. In più sul set ho ritrovato parte del cast di "Piccola Patria" ed "Effetto Domino", con Diego Ribon e Roberta Da Soller. E' stato molto bello".
Chi interpreta nella serie? Un altro ruolo drammatico?
"Sogno una commedia, un action! Avrei anche un lato solare (risata).... Questo ruolo è delicato: tutta la puntata parla della violenza di genere e del femminicidio, purtroppo molto comune oggi. Non sono una vittima nel senso stretto, ma nella quotidianità del mio personaggio si manifesta una particolare forma di violenza psicologica, con ricatti emotivi e soppressione identitaria. Il regista, Ivano De Matteo, ci teneva a creare un film più che un episodio tv: il tema, per lui, era troppo importante".

E a lei? Mai capitati problemi simili? Molestie o violenze?
"Sì, anche pesanti che mi hanno fatto molto male. A 24 anni sono stata spinta giù da un palco da un collega che sicuramente non l'ha fatto apposta, ma era ubriaco: sono caduta all'indietro, di schiena e ho subito un trauma cranico, ma poteva andarmi peggio. Sono finita in pronto soccorso e lui è sparito. E lì per lì mi pareva incomprensibile, un incubo. Suonavamo insieme, avevamo condiviso l'esperienza di un tour. In ospedale mi avevano chiesto se volevo denunciare e io, pensa te, avevo a cuore la sua carriera e ho detto di no. Ho pianto tantissimo, e ancora oggi porto bite per la storta alla mandibola. Poi c'è stata una molestia a sfondo sessuale, con un regista fuori misura. All'inizio per me era un punto di riferimento, lo stimavo molto, poi ha iniziato a molestarmi, piombava in scena, luogo in cui stavo recitando, e cercava di baciarmi, e io mi scansavo. E' stato tremendo. Benedico il me too, anche se io ho vissuto il pre me-too e il dopo me too. Ma se questo è servito perché le ragazze giovani si proteggano, tanto meglio".
E' molto impegnata in progetti inclusivi di promozione culturale legati al suo territorio.
"In questi giorni abbiamo debuttato al teatro del Parco di Mestre con "78Revolutions – Alle origini della musica come fenomeno di masso", uno spettacolo-podcast dedicato ai 78 giri, nato in collaborazione con Into The Hat e con il sound designer Francesco Carrer. Un'idea innovativa: non è solo performance teatrale, ma un vero e proprio podcast registrato dal vivo davanti al pubblico, unendo l'interpretazione scenica all'ascolto radiofonico. Speriamo ci siano seguiti per poterlo consolidare. Il teatro del Parco è una bellissima realtà, con l'associazione di cui faccio parte, Tadàn, abbiamo vinto un bando per curare aspetti della stagione teatrale, con workshop, laboratori e iniziative aperte alla cittadinanza. E poi c'è pure il gruppo La Scena, altro collettivo che si occupa di cantautorato. Sono molto legata alla mia città, è un modo per restituire al territorio quello che mi arriva a livello personale: mi piace l'idea di portare un piccolo contributo".