Kiyoshi Kurosawa

Cure

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In distribuzione dal 3 aprile per Double Line, per la prima volta in Italia.

 

Torna nelle sale, restaurato in 4K e grazie alla distribuzione della torinese Double Line, uno dei capolavori del regista Kurosawa Kiyoshi, il film che nel 1997 ha dato impulso – insieme ad altri indimenticabili titoli come Ring (Ringu, 1998) di Nakata Hideo o Audition (Ōdishon, 1999) di Miike Takashi -  alla prima stagione del cosiddetto J-Horror e che ha introdotto il suo autore nel novero dei grandi registi nipponici contemporanei.

Cure è un thriller metafisico, un horror psicologico, è questo e molto di più: è un lavoro di cesello, sugli spazi, sui movimenti, sulle zone di buio, sui piccoli quasi impercettibili scarti della narrazione, che scava nel perturbante dell’animo umano e ci offre un quadro inquietante ma al tempo stesso irresistibile, e che, a ogni ulteriore visione, non lascia mai indifferenti.

Basti pensare alla sequenza di apertura. Una donna – si tratta della moglie di Takabe, il detective che sta indagando su una serie di misteriosi omicidi le cui vittime vengono ritrovate con una X incisa sul corpo – è seduta a un tavolino in una sala, sta leggendo un libro, “Barbablù”, con lei è presente uno psicologo. Mentre i due dialogano, e poco prima che uno stacco sposti l’attenzione su un segmento di storia completamente diverso, si sente in maniera distinta il rumore di qualcosa che cozza, come se qualcuno fuori campo stesse spostando un carrello carico di piatti, o forse è la tazzina, appoggiata davanti alla donna, che si muove sopra il piattino provocando il rumore, come se una forza oscura stesse facendo tremare il tavolo e premesse da uno spazio contiguo all’inquadratura. Il cinema di Kurosawa è strettamente connesso a questo senso di inquietudine, alla percezione che nessuno spazio sia sicuro, che ovunque si possa inserire l’ambiguo, e che in definitiva il ‘mostro’ o la morte siano perfettamente integrati nella quotidianità.

In Cure la struttura della detective story appare allora null’altro che uno spunto per intessere un’articolata riflessione sulle pulsioni umane, in una vicenda in cui gli omicidi sono persone normali che compiono crimini incomprensibili. La regia ce li presenta in assenza di giudizio, spesso isolati in asettici long take, come nel caso dell’omicidio del poliziotto da parte del collega, che si svolge all’esterno della stazione di polizia, la violenza esplode improvvisa tra piante e fiori, in una giornata di sole.

L’uomo che si fa chiamare Mamiya, quasi un mentore per Takabe, che attrae l’investigatore nella sua discesa agli inferi e dentro sé stesso, è il misterioso catalizzatore, e la domanda che rivolge in maniera ossessivamente ripetitiva a chiunque incontri: «Chi sei tu?» diventa allora il filo conduttore di un’analisi dell’essere umano e della sua psiche. Takabe entra a un certo punto nella stanza buia in cui si trova il ragazzo e da lì, dopo aver rivolto lo sguardo oltre i confini dell’inquadratura, si fa attrarre – come lo spettatore - in uno spazio illuminato, circoscritto da pareti, che sembra la perfetta rappresentazione di un luogo nel quale rimangono ingabbiati – allo stesso modo degli animali che Mamiya costringe in cattività - gli impulsi più profondi e inconfessabili. 

Kurosawa costruisce un’affascinante rapporto tra spazi (e tempi), con la costante presenza di un universo altro fuori inquadratura – come quello che lascia presumere il rumore della tazzina in apertura – di cui si percepisce l’impellenza e che in un certo senso, proprio aumentando la tensione, rende maggiore il fascino del non detto. Anche i movimenti, laterali a seguire o recuperare i personaggi o, ancora di più, in verticale, a cadere – corpi che precipitano o pendono – risultano funzionali alla rappresentazione di un universo umano prigioniero in griglie sociali, i cui reconditi impulsi premono per sfuggire, per erompere al di fuori delle costrizioni o subiscono l’attrazione del precipizio verso l’ignoto. Il film si regge anche sulla presenza iconica di Yakusho Kōji che interpreta il protagonista Takabe: l’attore, che tornerà anche in successivi film di Kurosawa, come Charisma (Karisuma, 1999) o Pulse (Kairo, 2001), dà corpo a un personaggio dai tratti ambigui e irrisolti, e dal fascino inquietante.


 

Cure
Giappone, 1997, 111'
Titolo originale:
Kyua
Regia:
Kiyoshi Kurosawa
Sceneggiatura:
Kiyoshi Kurosawa
Fotografia:
Tokushô Kikumura
Montaggio:
Kan Suzuki
Musica:
Gary Ashiya
Cast:
Koji Yakusho, Masato Hagiwara, Tsuyoshi Ujiki, Anna Nakagawa, Misayo Haruki, Yoriko Dôguchi, Denden, Ren Ôsugi, Masahiro Toda, Tôji Kawahigashi
Produzione:
Daiei Studios, Twins Japan
Distribuzione:
Double Line

La città di Tokyo è sconvolta da una serie di omicidi accomunati da una misteriosa incisione a forma di X sul corpo delle vittime e commessi da persone che non ricordano ciò che hanno fatto. Un detective frustrato si occupa del caso...

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