Un anno di scuola di Giani Stuparich è un romanzo breve uscito nel 1929 e ambientato nella Trieste di inizio Novecento quando alle ragazze era ancora precluso l’accesso agli studi superiori. Il libro raccontava l’esperienza della prima studentessa all’interno di un liceo cittadino fino ad allora interamente maschile con tutte le conseguenze che una novità così eclatante portava con sé.
Per la sua opera seconda, la registra triestina Laura Samani ha scelto di riportare sullo schermo le pagine di Stuparich, spostando la storia in avanti di quasi un secolo: non siamo più in un liceo classico di inizio Novecento, ma in un istituto tecnico dei primi anni Duemila. Qui l’elemento di rottura è rappresentato dall’arrivo di Fred, una studentessa svedese approdata in Italia per il trasferimento lavorativo del padre. La sua figura porta con sé non solo la novità di un corpo femminile all’interno di un ambiente prettamente maschile, quanto l’idea di un immaginario (estetico e sessuale) preciso e una distanza culturale che la rende immediatamente corpo estraneo agli occhi dei compagni.
Come già accadeva nel suo esordio, Piccolo corpo, Samani decide di lavorare sul tema dello sguardo e della percezione del mondo attraverso un punto di vista altro. Se lì seguivamo il viaggio di una madre che contro l’opinione di tutti si metteva in viaggio per dare sepoltura alla figlia nata morta e imparavamo a comprendere e accettare le sue ragioni lungo il cammino, in Un anno di scuola il percorso è meno evidente ma altrettanto incisivo: è uno slittamento progressivo dello sguardo.
Il film è ambientato durante l’anno scolastico 2007/2008, un momento storico in cui lo sguardo cinematografico sul liceo era quasi sempre uno sguardo maschile: sono gli anni della saga di American Pie, di Road Trip, di Old School, di The O.C. o dei Final Destination, ovvero di un’idea di racconto del liceo in cui i protagonisti erano esclusivamente ragazzi bianchi etero cis e la macchina da presa coincideva con la prospettiva dei suoi protagonisti. Anche in versioni liceali femminili, come ad esempio Mean Girls, la regia e lo sguardo erano maschili. E in modo molto intelligente, Un anno di scuola si apre con un lungo piano sequenza che introduce la sua protagonista, Fred, attraverso un dispositivo dichiaratamente voyeuristico: la osserviamo quasi “spiandola” dalla serratura, con un punto di vista fortemente maschile, che la sessualizza e la riduce a oggetto del desiderio e della curiosità dei compagni. È un immaginario che richiama a quell’idea di cinema adolescenziale dei primi anni 2000, spesso goliardico e filtrato da uno sguardo maschile dominante.
Ma è proprio da lì che il film inizia a trasformarsi. Senza mai sottolinearlo in modo esplicito, la regia di Laura Samani lavora su un progressivo cambio di prospettiva: attraverso il legame che Fred inizia a stringere con un gruppo di tre ragazzi, il punto di vista si sposta, si allarga e si contamina. E i tre protagonisti maschili si ritrovano quasi inconsapevolmente a guardare il mondo anche attraverso gli occhi di lei. Un anno di scuola parte quindi da un immaginario “maschile” per poi scardinarlo dall’interno. Non si tratta però di una contrapposizione frontale o ideologica, che cavalca un idea di sguardo molto supportato dall’industria cinematografica contemporanea, quanto piuttosto di un sincero esercizio di empatia: quello di provare a tenere assieme le ragioni di tutti e di tutte, esplorando le possibilità del racconto come spazio in cui abitare punti di vista diversi.
È significativo, in questo senso, che il momento di svolta sia anche un momento etico e linguistico molto preciso: la scena in cui, al termine di un’ora di ginnastica, i ragazzi rubano i vestiti a Fred nello spogliatoio femminile. Fino a quel punto la macchina da presa resta con loro, con il gruppo, con quella dimensione “da branco” che è specchio di una mascolinità ancora acerba, fatta di rilanci continui e di inconsapevolezza. Ma è proprio lì che qualcosa cambia: la regia smette di seguire i ragazzi, li lascia andare, e sceglie di attendere Fred. Da quel momento, il film si schiera con lei, trasformandola da oggetto a soggetto.
Eppure, uno degli aspetti più notevoli del film è che questo slittamento non passa mai attraverso il giudizio. Samani rifiuta esplicitamente qualsiasi posizione moralistica o “dall’alto”: i suoi personaggi non vengono mai condannati, nemmeno nei loro comportamenti più problematici. Gli errori, anche quelli “gravi”, sono parte di un processo di crescita, di una fase in cui identità e appartenenza si costruiscono per tentativi, per contraddizioni, per adattamenti spesso goffi e dolorosi.
È qui che emerge anche la dimensione più personale del film. Se Piccolo corpo si muoveva in un passato remoto e quasi mitico, Un anno di scuola affonda invece in un terreno autobiografico più diretto, pur senza mai indulgere nella nostalgia. Anzi, uno dei meriti del film è proprio quello di evitarla, la nostalgia: non c’è idealizzazione del passato, ma piuttosto un lavoro di rielaborazione, di riposizionamento rispetto a dinamiche vissute o riconosciute. Più che raccontare “com’era”, il film prova a restituire cosa significava stare dentro quell’età: il conflitto tra il bisogno di definirsi e quello di appartenere a un gruppo, il rischio di diventare accondiscendenti pur di non restare soli, la fatica di costruirsi un’identità sotto lo sguardo costante degli altri.
A rendere ancora più interessante il film, contribuisce in modo decisivo il lavoro sulle lingue parlate dai protagonisti. Il film è attraversato da una pluralità di dialetti e lingue inusuali per il cinema italiano come il triestino, lo sloveno e lo svedese, che non solo restituiscono autenticità al contesto, ma creano anche una distanza funzionale per lo spettatore. In questo senso, la barriera linguistica diventa parte integrante della narrazione: come Fred arriva in un contesto dove non conosce la lingua e fatica a capire molte delle cose che i suoi nuovi amici provano a dirle, anche chi guarda è chiamato a orientarsi in un mondo dove non può cogliere tutto. Da questo punto di vista è una scelta che avvicina ancora di più lo sguardo dello spettatore a quello della protagonista del film. Oltre a questo, l’uso del dialetto riesce a dare ai quattro attori esordienti una naturalezza quasi miracolosa, rendendo la credibilità del gruppo il punto di forza emotivo del film.
Con Un anno di scuola, Laura Samani riesce quindi a muoversi costantemente dentro alcuni topoi del cinema adolescenziale senza mai aderirvi pienamente. Sceglie giustamente di attraversare quei modelli senza compiacimento o nostalgia, costruendo così uno sguardo personale capace di rimanere all’altezza dei suoi personaggi e di sembrare sempre genuino e autentico. E, in questo senso, il film si chiude coerentemente con lo stesso piano sequenza con cui si era aperto, ma girato a ritroso: come se il nostro sguardo iniziale non fosse più davvero lo stesso.
Foto: Un anno di scuola (2025) © 2025 Lucky Red All Rights Reserved.
Settembre 2007, Trieste. Fred, diciottenne svedese esuberante e coraggiosa, arriva in città per frequentare l’ultimo anno di un Istituto Tecnico. Si ritrova ad essere l’unica ragazza in una classe di soli maschi e catalizza l’attenzione di tutti, in particolare quella di tre amici: Antero, affascinante e riservato; Pasini, seduttore istrionico; Mitis, bonaccione protettivo. I tre si appartengono da quando hanno memoria.
L’arrivo di Fred sconvolge la loro omogeneità, mettendo a dura prova la loro amicizia. Mentre ognuno di loro la desidera segretamente per sé, Fred vuole essere ammessa nel gruppo, ma le viene chiesto continuamente di sacrificare qualcosa di sé per diventare una di loro.
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