Proiezioni speciali

John Lennon: The Last Interview

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L’8 dicembre del 1980, John Lennon e Yoko Ono concessero una lunga intervista a Dave Sholin, Laurie Kaye e Ron Hummel della KFRC, una piccola radio di San Francisco, per promuovere il loro nuovo album, Double Fantasy. All’uscita del Dakota Building di New York (dove abitava la coppia), i tre giornalisti furono avvicinati da un fan piuttosto agitato e gli regalarono una copia del nuovo album. Poche ore dopo quel fan assassinò Lennon davanti al Dakota con tre colpi alla schiena, dopo avergli chiesto di autografare un disco. Steven Soderbergh riprende l’intervista nella sua integrità, aggiungendovi i commenti dei tre intervistatori, oggi.

Partire dal sonoro, quello lineare ed elementare di un’intervista (nella quale, tra l’altro, erano tassativamente proibite domande sul passato con i Beatles), per restituirne anche l’immaginario visivo: è questa la sfida affrontata da Soderbergh, che mescola  alcune immagini di repertorio, qualche Beatles d’epoca (pochi, con un omaggio a Paul, che diede a John la stessa sensazione provata poi al primo incontro con Yoko), molte fotografie, soprattutto della coppia (molto belle, e molto celebri quelle di Annie Liebovitz), qualche veloce montaggio quasi subliminale per sottolineare certi concetti (come i fotogrammi di film celebri in cui coppie si abbracciano), split screen, immagini fantasiose di bambini e cavernicoli create con la AI, colori che s’impastano ogni tanto con il bianco e nero, quasi a sfiorare la psichedelia e i deliri di Yellow Submarine.

Ma il ritmo e il tipo di materiale scelto non reggono la lunga durata; si ha l’impressione che manchi lo scarto inventivo che avrebbe dovuto illuminare visivamente l’ininterrotto flusso di parole di Yoko e John. Talvolta Yoko, più spesso John: il loro incontro, la loro attrazione, l’arte di lei, i mesi trascorsi prima che si avvicinassero fisicamente, l’impegno politico, la pace tra i popoli, le manifestazioni, la nascita del loro figlio Sean e la scelta di John di un nuovo modello di paternità (al quale invita i suoi coetanei). John rivendica questa specifica identità e natura, l’umanità di un compagno, un padre, un “casalingo” anzitempo. Ma l’intervista aveva (ovviamente e in fondo giustamente) anche un intento “strumentale”: doveva servire per promuovere il primo disco dopo alcuni anni di silenzio, per definire una certa immagine di Lennon, il suo lato generoso.

Il John Lennon “messianico” (forse qui troppo dolce: era messianica anche la sua ironica asprezza). Certo, è trascinante e del tutto convincente quando parla di musica, partendo dalla sua passione adolescenziale per Be-Bop-a-Lula ed Elvis, e Little Richard e Fats Domino, e poi tutti i successivi e suoi contemporanei e Debbie Harry e Springsteen e persino la disco music: «Smettetela di catalogare!», dice. «Le wave, una dopo l’altra, si mescolano tutte. È sempre musica!». E quello che Soderbergh fa è sempre cinema, anche se per una volta zoppica un po’ e anche lui, come John, perde la propria innata asprezza e si limita ad accompagnare il mito, un po’ scolasticamente, allo shock finale.