Quinzaine des cinéastes

Double Freedom di Lisandro Alonso

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Venticinque anni dopo Libertad (2001) Lisandro Alonso torna nella Pampa argentina delle origini e riprende la storia lasciata in sospeso di Misael Saavedra, boscaiolo che vive isolato dal mondo e conduce un’esistenza poverissima, fatta di piccole cose, gesti quotidiani che si ripetono. Una vita forse serena, ma non semplicemente perché serenità fa rima con semplicità: piuttosto perché fondata su qualcosa di più profondo, sul bisogno di prendere la giusta distanza dalle cose del mondo, di ritagliarsi uno spazio proprio e di vivere secondo i propri tempi, i propri modi e le proprie necessità. Anche quando questi sono determinati da una condizione sociale non superabile.

Due decenni più tardi, Misael è ancora lì: invecchiato, ma ugualmente placido, dedito al proprio lavoro. Abbatte un tronco secco, lo scorteccia, lo taglia a misura, poi va avanti e ricomincia da capo. Ogni tanto fuma una sigaretta, fa pipì dietro un albero e la sera accende il fuoco per grigliare qualche pezzo di carne. Alonso racconta questi gesti con lo stesso ritmo e la stessa collocazione narrativa del film di vent’anni prima, come se il tempo, più che avanzare, si fosse depositato sulle cose. La vita pacifica dell’uomo, filmata con la stessa verità di un documentario, sembra non poter essere turbata da nulla. E invece qualcosa accade. Misael viene avvisato che c’è un problema con la sorella, ricoverata nel vicino ospedale psichiatrico. In realtà il problema non riguarda direttamente lei, ma la struttura che la ospita: a causa del taglio dei sussidi, l’istituto deve chiudere definitivamente e ai familiari dei pazienti viene chiesto di riportare a casa i propri cari per prendersene cura. Senza fare troppe domande, Misael porta con sé Micaela e comincia così una nuova vita in cui l’uomo di trova costretto a misurarsi con le difficoltà che il ruolo di caregiver gli impone.

Alonso è lontano anni luce da una rappresentazione idealistica della vita, dall’archetipo della poesia delle piccole cose e dall’incanto della semplicità e del quotidiano, così come dalla retorica del ritorno alla natura e del buon selvaggio. Il suo è un cinema essenziale, rigoroso, in cui la forma costruisce il contenuto: la lentezza, l’indugiare delle inquadrature sulle cose apparentemente insignificanti – il lavoro nei boschi, gli spostamenti in auto tra la Pampa e la zona urbana, i gesti minimi della sopravvivenza – così come l’essenzialità dei mezzi e della messinscena, non servono ad attribuire un valore romantico a quella vita, ma a restituirne il ritmo concreto, povero, materiale. Creare una frattura come quella che avviene nel film – che sposta definitivamente il registro dalla prospettiva documentaria alla finzione (Misael e Micaela non hanno alcun legame di parentela) – significa allora mettere alla prova questa marginalità per osservare cosa succede quando una vita che sembrava bastare a se stessa rischia improvvisamente di non bastare più. Ma è proprio nella cura, in questo nuovo bisogno dell’altro, che Alonso individua un lampo di vita vera: qualcosa che non contraddice quella marginalità, ma la ribadisce, la raddoppia. Rendendola ancora più concreta. Una vita alla fine del mondo – in tutti i sensi – che, improvvisamente, diventano due.

Ma non è solo questo. Un film così piccolo, rarefatto ed esile riesce a parlare di qualcosa di molto più ampio di ciò che mostra. Se Libertad intercettava, senza dichiararlo apertamente, un desiderio di fuga e di sottrazione nato nel pieno della crisi argentina di inizio millennio, venticinque anni dopo ad Alonso sembra non restare che constatare un rovesciamento: nell’Argentina di Milei e dell’estrema destra al potere, segnata dai tagli e dallo smantellamento dello Stato sociale, andarsene non è più soltanto una scelta o una necessità individuale, ma una condizione politica.

Una condizione che il film fa coincidere con un luogo preciso: il manicomio in cui Misael va a prendere Micaela, una struttura che sta chiudendo, già a pezzi, con i muri scrostati e la rovina impressa nelle cose e nei corpi. Qualcosa che esiste e a cui tutti sembrano essersi già rassegnati, senza più la forza di opporsi o combattere. Il dialogo tra Misael e il medico, in questo senso, è straordinario per come contiene tutta questa resa: una condizione che sta nelle cose, nel mondo, nelle immagini. E tanto basta per dire chi siamo, a che punto stiamo e forse anche dove stiamo andando.