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Dalla serie A alla serie Z. Il cinema nazionale o comunque con compartecipazione massiccia, ha più di una volta saccheggiato l'immaginario dei fumetti italiani, cercando di catturarne lo spirito e soprattutto il pubblico a essi devoto. E questo fin dai tempi in cui Il Corriere dei Piccoli era “il” giornalino per eccellenza. Ecco dieci titoli rigorosamente nostrani dai '40 a oggi, dalle strisce agli album, dalle tavole alle graphic novel: abbiamo escluso le incursioni dall'estero, come le produzioni maggioritariamente francesi, Le declic da Milo Manara o Corto Maltese – Corte sconta detta Arcana da Hugo Pratt o il Dylan Dog americano. Perché a noi, sia chiaro,  Marvel e DC non hanno insegnato nulla che già non sapessimo.


 

DIABOLIK (1968) di Mario Bava. Un'operazione pop straordinaria, tra le migliori regie di un mago delle luci e degli effetti speciali artigianali. Alcuni episodi della saga del superladro creato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani nel 1962 per un coloratissimo e divertito affresco tra psichedelia e optical art. Diabolik (John Philip Law) e la compagna Eva Kant (Marisa Mell) rubano 10 milioni di dollari sotto il naso dell'ispettore Ginko (Michel Piccoli) ma dovranno guardarsi dalle manovre del boss Valmont (Adolfo Celi). Giancarlo Soldi con il semidocumentario Diabolik sono io (2019) e la trilogia dei Manetti bros. (2021, 2022, 2023) proveranno a rinverdirne i fasti.

 

STURMTRUPPEN (1976) di Salvatore Samperi. Un gustosissimo cast di comici del leggendario Derby Club milanese (Cochi e Renato, Toffolo, Teocoli, Andreasi, Boldi) rende di carne e celluloide la mitica streep di Bonvi creata nel 1968. Una strampalata compagnia di soldati della Wermacht trasforma il fronte di guerra in un esilarante teatro dell'assurdo, tra comandanti cocainomani, sergenti stupidi, ufficiali gay. Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni sono i responsabili di una sceneggiatura allegra e scombinata. Tra i contorni, Corinne Clery, Jean Pierre Marielle (il Milite Ignoto!) e lo stesso Bonvi nei panni di un condannato a morte che non vuol saperne di essere fucilato.

 

LA PROFEZIA DELL'ARMADILLO (2018) di Emanuele Scaringi. Il regista proviene dalla Factory della Fandango, Zerocalcare (Michele Rech) è un ora notissimo autore dalla produzione importante. Risultato? Un'opera prima curiosa, presentata alla Mostra di Venezia sezione Orizzonti, su sceneggiatura dalla densa graphic novel di Rech, con aiuti di Oscar Giloti, Valerio Mastandrea e Johnny Palomba. Traversie di un disegnatore disoccupato (Simone Liberati) nel quartiere di Rebibbia, in un realismo esistenziale aspro trasfigurato dalla puntuta ironia di Zerocalcare, con un armadillo immaginario (lo “interpreta” Valerio Aprea) facente funzioni di coscienza critica. 

 

TEX E IL SIGNORE DEGLI ABISSI (1985) di Duccio Tessari. Tex e i suoi pard (Kit Carson e Tiger Jack) indagano per scoprire da dove provengono le misteriose pietre verdi capaci di mummificare i viventi. Lo speronato artigiano Tessari prova a recuperare epos e vezzi di uno dei più leggendari fumetti Made in Italy (made by Bonelli). Nonostante il fido Giuliano Gemma e l'ispirazione degli album (El Morisco, Sierra Encantada, Il Signore dell'abisso) però l'operazione non riesce. Un po' perché fuori tempo massimo, un po' perché comics e cinema hanno linguaggi, tempi e modi differenti e la fedeltà spesso non paga. Tanto che la preventivata serie tv non si fece mai.

 

BABA YAGA (1973) di Corrado Farina. Un film maledetto. Con l'aiuto dello stesso disegnatore Guido Crepax, l'originale cineasta di Hanno cambiato faccia (1971) riprende una storia di Valentina, fumetto diventato su Linus un'icona del pop e la trasforma in un horror erotico, con la milanesissima fotografa alla moda (Isabelle De Funes, modella e nipote del celebre Luis) ammaliata dalla fattucchiera Baba Yaga (Carroll Baker!!!). Stregonerie e delitti, ma il vero orrore lo fa la casa di produzione che ne taglia larghe sequenze. Solo nel 2013 si potè vederne il director's cut. Confusionario ma non privo di fascino, con una bambola assassina e mutante, invenzione di Carlo Rambaldi.

 

CENERENTOLA E IL SIGNOR BONAVENTURA (1941) di Sergio Tofano. Grandissimo teatrante, scrittore e disegnatore, Tofano in arte Sto, sarà sempre ricordato anche come l'autore del Signor Bonaventura (rime comprese), strampalato e amatissimo personaggio de Il Corriere dei Piccoli (dal 1917 al 1978), protagonista anche di sei commedie teatrali. Qui, interpretato da Paolo Stoppa, assieme al Bellissimo Cecè (Mario Pisu) cercherà la Principessa Cenerentola (Silvana Jachino) fuggita da Palazzo (c'entrano le gelosissime sorellastre). Cinema del tempo di guerra, girato a Tirrenia, tanto raffazzonato quanto ricco della classe del suo creatore, qui nei panni di un dottore.

 

KRIMINAL (1966) di Umberto Lenzi. Se l'originale fumettistico e spesso censurato del duo Magnus & Bunker (che poche stagioni dopo fecero tombola con Alan Ford) proponeva un criminalone mascherato particolarmente cinico e amorale, la versione su schermo del prolifico Umberto Lenzi (69 titoli sparsi tra i generi) è un pochino ingentilita. Evaso e braccato da Scotland Yard, il nostro antieroe, con il volto di Glenn Saxon si lancia su una appetitosa partita di diamanti della astuta Lady Gold (Esmeralda Ruspoli). Helga Liné si sdoppia nelle gemelle Inge e Rude, corriere di pochi scrupoli. Due anni dopo, ecco il seguito, firmato da Fernando Cerchio, Il marchio di Kriminal.

 

5 E' IL NUMERO PERFETTO (2019) di Igort. Autore e qui cineasta (e altrove scrittore, pittore, vocalist, designer di orologi, giornalista e direttore di Linus), Igor Tuveri  rielabora una sua graphic novel noir del 2002, romantica, cruenta e amara. Il vecchio sicario ora pensionato Peppino Lo Cicero torna in attività per vendicarsi della morte del figlio Nino. Ad aiutarlo, l'efferato amico Totò 'O Macellaio (e ho detto tutto). La coppia di killer over sessanta è interpretata da Toni Servillo e Carlo Buccirosso. Con loro anche Valeria Golino che vinse il David di Donatello come non protagonista, mentre il film ebbe il suo debutto alle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia.

  

PAZ! (2002) di Renato De Maria. Un mischione di storie che non si incrociano, tutte frutto della fantasia e della penna del leggendario illustratore del movimento del '77, Andrea Pazienza. Zanardi e i suoi “amici” Colasanti e Petrilli, lo scoppiato fumettista Penthotal e lo studente fuori corso Fiabeschi sono altrettanti anti-eroi di un mondo allucinato nella Bologna universitaria o giù di lì. Per sottolineare la comunanza, il regista (che nasce proprio all'interno del giro di Frigidaire dove le storie di Zanardi sono state pubblicate, quindi prossimo a Paz) ambienta tutte le storie al n. 43 di via Emilia Ponente. Ciak d'oro alle scenografie di Giancarlo Basili.

 

LA TERRA DEI FIGLI (2021) di Claudio Cupellini. Il post-apocalisse sul delta del Po. Scampoli di umanità disgregata lottano per sopravvivere dopo la distruzione. Tra questi un padre e un figlio che non sa né leggere né scrivere. Come riuscirà a decifrare il diario segreto del genitore? Da un'opera di Gipi (Gianni Pacinotti), scritta e disegnata nel 2016, un sorprendente spaghetti fantasy, una storia tesa e ben orchestrata da uno dei migliori tra le nuove leve del nostro new cinema di genere (di Cupellini ricordiamo anche Una vita tranquilla ed episodi del tv cult Gomorra). Girato nel Polesine, con Leon Faun e Paolo Pierobon, più Valeria Golino e il boia Valerio Mastandrea.

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