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1989, London National Theatre, un attore, niente di meno che Daniel Day-Lewis, abbandona il palco durante la rappresentazione  dell’Amleto. Un evento bizzarro e imprevedibile diventa la grande occasione per Ian Charleson, la seconda occasione della vita dopo il ruolo, otto anni prima, di Eric Liddell in Chariots of Fire (Momenti di Gloria) film vincitore di numerosi premi tra cui 4 Oscar. E Ian accoglie quest’occasione con grande entusiasmo e determinazione, ma è malato di Aids e anche gravemente. Solo il regista Richard Eyre conosce la sua situazione e a lui Charleson chiede di tacere con i suoi colleghi. 

Il film affronta infatti anche la questione di rivelare la malattia facendo coming out e rischiando di essere emarginati sul lavoro e negli affetti (amaro destino che non è toccato a Ian, sostenuto ed aiutato fino all’ultimo dai colleghi e  dagli amici più cari).

Le cure sono ancora agli inizi e intervengono principalmente sugli effetti dell’immunodeficienza, mentre ancora la maggior parte dei malati muore. Seguendo un consiglio Ian si rivolge alla Dott.ssa Margaret Johnson (un’ Olivia Colman ruvida e perfettamente in parte) che dirige la clinica che verrà, dopo la morte dell’attore, ribattezzata Ian Charleson Day Centre. Importante anche il tema dello stigma che l’AIDS disegna sui corpi (con i segni del sarcoma di Kaposi testimonianza spietata della malattia) e nella società, con emarginazione e pregiudizio.

Il film ripercorre, dunque, i mesi di preparativi di Charleson per il ruolo di Amleto (che già aveva interpretato in passato) mentre combatte la battaglia contro la malattia e la sua rapida progressione. Vita e arte si intrecciano, si articolano e si rafforzano in una messinscena intensa e appassionata in cui i momenti via via più drammatici vengono rappresentati in modo diretto e si alternano a momenti di intelligente ironia.  

Il regista Simon Stone, esperto di trasposizioni teatrali lavora al progetto a stretto contatto con lo sceneggiatore Stephen Beresford e il protagonista Andrew Scott. Si può in certo modo dire che la loro collaborazione simboleggi la solidità del castello di Elsinore, così come la facciata del National Theatre e la sua solida architettura brutalista. 

In progressione si assottigliano le distinzioni tra personaggio e attore: vita e morte si intrecciano nell’opera e nel reale per vivere finché possibile tutti i gradi dell’essere, qui e ora.

Stone decide per una messinscena che riprenda le temperature drammaturgiche dei film dei tardi anni ottanta del secolo scorso. Sul fronte della scenografia decide di costruire un’ambientazione, sia per quanto riguarda la casa del protagonista che gli spazi comuni della clinica, che enfatizzi il senso di oppressione e di mancanza di prospettive connesso alla malattia. Sul piano delle riprese Stone opta per una camera  a mano che restituisca l’immediatezza dell’ inquadratura.

Solo l’incrollabile determinazione di Charleson e la sua disperata lotta lo tengono in vita fino alla realizzazione del suo sogno. 

Non ultimo l’interpretazione di Andrew Scott che al personaggio dona tutto sé stesso con passione e dolore. Anche per lui (attore di razza e profondo conoscitore di Shakespeare), l’interpretazione della vita, dove la sua sensibilità lo guida nelle più intime e intense sfaccettature del personaggio, sembrandone talvolta, come sottolineato dallo stesso Stone, quasi posseduto.

Solo sette settimane dopo l’ultima rappresentazione, Ian Charleson si spegne non senza avere ricevuto il commovente tributo da parte dei suoi colleghi (riservato solo ai grandi interpreti). Battendo contemporaneamente e fragorosamente sulle finestre a vetri dei camerini che affacciano tutti sul cortile del National Theatre. La produzione ha deciso di girare questa scena con protagonisti i successivi vincitori delle edizioni dello Ian Charleson Award, istituito dopo la sua morte, e gli amici dell’attore tra cui Esta Charkham che lo aveva selezionato per Chariots of Fire.

Let be, let be.