Premessa necessaria: il film di Eoardo Gabbriellini è “liberamente tratto” dall'omonimo romanzo di Nicola Lagioia (edito Einaudi). E non è un escamotage, è davvero “liberamente tratto”. Per cui è fuorviante, se lo si è letto e gustato (perchè è un libro dalla scrittura avvincente e straricca di materiale di riflessione), sottolineare le evidenti differenze/assenze tra l'originale cartaceo e il filmato.
Qui, della tragica e spaventosamente assurda storia (alla base c'è il gratuito ed efferato omicidio del 23enne Luca Varani, il 4 marzo 2016, da parte di Manuel Foffo e Marco Prato) c'è soprattutto il mondo della vittima e i suoi comportamenti. Adottato ancora “da cucciolo” a Sarajevo da una coppia della Roma più popolare e periferica – il padre è un venditore ambulante di dolciumi per sagre e fiere – cresce nella tipica “zona grigia” di tanta adolescenza metropolitana, agganciato alla compagna Maria Gaia, legato ai genitori, ma anche pronto a perdersi in una peggio gioventù di drogati, marchettari, disoccupati, precari, randagi senza arte né parte. Non è un anima perduta, solo incostante e senza una linea direzionale precisa («Io so' ricco dentro» «Sta attento che nun te se rubeno»), sempre affamato del denaro che magari dilapida alle slot machine e, così, pronto a una progressiva discesa nell'inferno della coca, della marchetta e della prostituzione («dove ce stanno i sordi devi sempre dare quarcosa in cambio!»).
Questo doloroso scivolare verso la barbara ed esacerbante fine è raccontato dal 50enne cineasta (quanto tempo è passato dai tempi del suo esordio da attore protagonista in Ovosodo di Virzì!) con una gentilezza di tocco e una consapevolezza di stile narrativo che non lascia indifferenti. Riprese che non si dilungano sulle immagini (la fotografia è di Amine Messadi), a evitare virtuosismi e ridondanze inevitabilmente “significative”, con una predilezione per il dettaglio, stando sempre attento a non enfatizzare quello che già è terribile nelle sua insostenibile evidenza cronachistica. L'autore sostiene di aver seguito dei criteri di espressività quasi pudica (ed è verissimo) e più che il crimine o il delirio che lo precede, preferisce raccontare il prima e il dopo.
Il prima ovvero l'incerto zigzagare esistenziale del protagonista, contemporaneamente gentile, incerto e lunatico. Il dopo con lo straziante, tantopiù perché composto, dolore dei familiari e della fidanzatina, gente normale e assolutamente disarmata di fronte alla assurdità della violenza che li ha lasciati attoniti e menomati.
Un'operazione non certo facile che può riuscire solo grazie alla partecipazione degli interpreti. Ovvero la tenera, disarmante sincerità “di pelle” dei giovani Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi e lo straordinario lavoro di cesello, di una naturalezza nata dall'intelligenza del mestiere, di Valerio Mastandrea, che agendo di sottrazione e garbo, costruisce una figura di popolano perbene, dignitoso e di rara sensibilità, per una lezione morale altissima.
Proposto nella sezione Orizzonti, prodotto da Eagle, Cinemaundici, Lungta Film, è un piccolo gioiello che ci ricorda l'esordio dietro la macchina da presa dell'autore, quel B.B. E il cormorano del 2003 che colpì favorevolmente allora il pubblico e la critica a Cannes, ulteriore tassello di una filmografia che sceglie di stare sempre nella topografia della povera gente, con stile rispettoso e partecipe (Padroni di casa, 2012, Holiday, 2023).