Concorso

Wild Horse Nine di Martin McDonagh

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«Siamo della CIA. Siamo qui per destabilizzare la vostra democrazia, e tutto sta andando benissimo»: si presenta con queste parole, con un sorrisino vago e gli occhi attenti e teneri, Chris, maturo agente della CIA di stanza a Santiago, nel 1973, insieme al suo collega e amico più giovane Lee, che lo accompagna anche per sorvegliare le sue intemperanze verbali e le memorie che dice di stare scrivendo, anzi, registrando al dittafono. Cosa ci facciano in Cile nel 1973 è ovvio: lavorano (insieme al loro capo M. J. e ai militari cileni) su quell’11 settembre in cui Salvador Allende, il presidente di sinistra democraticamente eletto, fu abbattuto, evento che Chris preannuncia a una studentessa, avvisandola di stare lontana da Santiago quel giorno e di non farsi mai, mai trascinare dentro un’auto con la forza, ma di lottare e, se è proprio necessario, lasciarsi uccidere fuori, all’aria o, meglio ancora, uccidere. Uccidere i poliziotti, i militari, i bambini che amano le divise e le armi giocattolo: solo i primi sei o sette sono difficili, poi ci fai l’abitudine. Chris ne ha ammazzati 68, Lee, più giovane, solo 8.

John Malkovic e Sam Rockwell intrecciano dialoghi surreali, nervosi, tristi e comici nel nuovo, splendido apologo sull’amicizia scritto e diretto da Martin McDonagh, grande talento irlandese-beckettiano che, attraverso i suoi rapporti umani, le solitudini che si intrecciano e a volte si riconoscono, gli abbandoni e i ritorni, lascia sempre anche trasparire il mondo com’è e com’è stato, le sue guerre perenni, i suoi mostruosi cataclismi politici. Chris ha lavorato dappertutto, in Congo, a Cuba, a Dallas, ma di questo è meglio non parlare, anche se il fucile, “l’altro fucile” che forse sparò quel giorno a Kennedy, ritorna spesso nei dialoghi, fino a diventare una delle tracce ossessive del film, come le tarme, le falene, le canzoni di Hank Williams (soprattutto quella del pettirosso), l’Arkansas e la Monument Valley, contro la quale, nel riquadro di una porta che è quella di Sentieri selvaggi, si staglia la figura di Tom Waits, nella brevissima parte del fratello di Chris. E naturalmente l’Isola di Pasqua con le sue Grandi Teste monolitiche (i cui nomi in lingua “indigena”, Rapa Nui e Moai, strappano un sorrisetto ironico a Chris), dove è ambientato il film: perché Chris (malato terminale cui sei mesi prima sono stati diagnosticati sei mesi di vita) ha espresso il desiderio di andare là come ultima meta.

Ma forse dove voleva andare davvero era Venezia, solo una delle tante paradossali svolte, ribaltamenti e battibecchi in cui ci guida una sceneggiatura perfetta, umanissima e sottilmente politica, dove il cancro distrugge i corpi che lo alimentano e perciò si autodistrugge (esattamente come fanno i Paesi, come ha fatto l’America con il suo “Sogno”), dove fotografie di nani con le palle da baseball nascondono forse una bomba, dove «When you come to the end of the line with a buddy who is more than a brother, and a little less than a wife, getting blind drunk together is really the only way to say farewell» (Mick Jagger e Keith Richards, che echeggiano nel finale). Ma l’Isola di Pasqua, con il suo mantello verde, le sue Teste che di profilo ricordano tanto quella adunca strega che si staglia contro il cielo negli Spiriti dell’isola, con i suoi cavalli selvaggi  amichevoli come cuccioli, assomiglia tanto all’Irlanda di McDonagh, ed è comunque un angolo separato da tutto dal mare, dove arrivano purtroppo gli echi e i misfatti della terraferma, ma dentro al quale si può anche riuscire a fare il rendiconto di un’amicizia, di una vita, della propria storia e anche di quell’altra storia, quella con la S maiuscola che riguarda tutti. E anche con l’amaro, irresistibile sorriso della black comedy, genere arduo e raro che Martin McDonagh maneggia alla perfezione.