Tratto dall’omonima pièce di James Graham – cosceneggiatore del film insieme al regista – Ink, il nuovo film di Danny Boyle presentato in concorso alla Mostra di Venezia, racconta l’ascesa del Sun, il tabloid inglese più controverso, discusso e letto del mondo. Lo fa a partire dal momento in cui Rupert Murdoch, appena acquistato il giornale – all’epoca in crisi e con un numero di lettori in calo, in una Londra affollata di quotidiani – decide di affidarne la direzione a Larry Lamb, redattore del Daily Mirror dalla carriera ormai stagnante, alla ricerca di una nuova occasione. È il 1969, la Swinging London è ormai al tramonto, ma la rivoluzione dei costumi e delle abitudini dei cittadini è appena agli albori.
Una trasformazione che il Sun non solo intercettò in pieno ma contribuì a definire, portandola fuori dai confini della capitale e costruendo un nuovo modo di raccontare la società e la cultura britanniche: scanzonato, iperbolico e inevitabilmente grossier. È anche attraverso l’“invenzione” di questa volgarità, di questo modo grossolano di trattare la cronaca e di cavalcare i temi più popolari come la televisione, l’oroscopo, lo sport e il sesso, che il Sun si è imposto come simbolo di un giornalismo strillato e senza troppi riguardi per le regole tradizionali. Un modo di fare informazione che se da un lato ha contribuito a trasformare la stampa in un apparato più libero e meno ingessato, dall’altro l’ha anche resa più strumentale, incline alla semplificazione e alla spettacolarizzazione. Non è un caso che lo stesso termine «tabloid» – che in origine indicava semplicemente un formato, più piccolo rispetto a quello dei quotidiani tradizionali – sia diventato sinonimo di tutto questo.
Ink questa ascesa inarrestabile e forsennata ce la racconta attraverso una serie di conflitti. Innanzitutto quello tra Lamb (Jack O’Connell), protagonista del film, e Murdoch (Guy Pearce), che si scontrano continuamente, in una rivalità che riguarda tanto i loro ruoli all’interno del Sun quanto il rapporto con l’establishment della stampa inglese. Poi quello tra Lamb e il suo ex direttore al Daily Mirror Hugh Cudlipp (Bertie Carvel), che lo ridicolizza in pubblico e continua a provocarlo, e quello con la sua amante Jules (Claire Foy), in una relazione irrisolta in cui si intrecciano anche le rispettive carriere e ambizioni. Ma soprattutto c’è il conflitto tra il Sun, la sua filosofia, la sua politica e il suo tono irriverente, e un’Inghilterra tradizionale, puritana e snob, continuamente pronta a giudicarlo.
Ne consegue un film iperbolico, incalzante, fatto soprattutto di dialoghi – che tradiscono l’impianto teatrale – scene urlate e inquadrature storte. Tutto concorre a evocare, in maniera tutt’altro che sottile, lo stile strillato del Sun, che usa titoli sempre più grandi per attirare l’attenzione: «20? 30? Facciamo pure 80!», dice Lamb alla prima riunione di redazione, parlando del corpo del corsivo.
E se a Boyle riesce tutto sommato bene a restituire l’atmosfera eccessiva, competitiva e un poco decadente del mondo della Fleet Street dell’epoca in cui internet non era nemmeno un’ipotesi, va un po’ in confusione quando prova a costruire un affresco sociologico e di costume del Regno Unito, sospeso tra le trasformazioni culturali degli anni Settanta e l’avvento del thatcherismo. L’invenzione della «Page 3» – la terza pagina del quotidiano che dal novembre del 1970 ospita ininterrottamente l’immagine di una giovane donna in topless – viene presentata nel film come uno spartiacque tra un giornalismo scanzonato e irriverente e uno apertamente provocatorio, disposto a sfidare le convenzioni borghesi. Ma, per quanto scandalosa e popolare, e per quanto abbia contribuito a cambiare il modo di rappresentare il nudo femminile sulla stampa britannica e non solo, la Page 3 non è il vero punto di svolta nella trasformazione del Sun in un giornale scandalistico. Più decisivi saranno gli scoop costruiti ad arte o completamente inventati, il gossip più becero, le campagne contro personaggi pubblici e una progressiva spettacolarizzazione della cronaca che negli anni successivi finiranno per consumare definitivamente la sua vena irriverente, trasformandola in una formula risaputa fino a diventare nient’altro che giornalismo spazzatura. Un ragionamento che il film liquida frettolosamente con un montaggio finale che dagli anni Ottanta arriva rapidamente al presente, mostrando tutto e il contrario di tutto e lasciando in filigrana l’idea che se ancora oggi il Sun è uno dei quotidiani più letti al mondo, è perché nel bene e nel male ha scritto la storia del costume britannico, arrivando a parlare a un pubblico vastissimo. Peccato che nel frattempo il giornale abbia anche sostenuto apertamente la Brexit, fatto campagna per i conservatori e orientato per decenni l’opinione di milioni di lettori secondo linee politiche ben precise. È l’altra faccia dell’eredità di Murdoch, che negli Stati Uniti ha trovato in Fox News il suo interprete più potente. Ma questa, evidentemente, è un’altra storia.