Concorso

Bucking Fastard di Werner Herzog

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Difficile trovare un senso compiuto al nuovo film di finzione di Werner Herzog, Bucking Fastard, storia del rapporto simbiotico e ossessivo di due sorelle inseparabili (fisicamente e oralmente, dal momento che parlano quasi sempre all’unisono), aldilà della metatesi espressa dal titolo – non «Fucking Bastard», ma «Bucking Fastard» – a suggerire l’esistenza di un sistema binario la cui minima variante o inversione provoca un dissesto percettivo.

Le due sorelle protagoniste – ispirate alle vere Freda e Greta Chaplin, originarie di York, in Inghilterra, che negli anni ’80 furono al centro di un caso giudiziario e mediatico per aver perseguitato un vicino – sono interscambiabili come le parole del titolo, ma non del tutto identiche, non gemelle come molti credono, bensì sorelle inseparabili e per l’appunto all’unisono, talvolta in ritardo l’una rispetto all’altra, in un caso anche opposte l’una all’altra e sempre in qualche modo attratte dalla possibilità, o dall’obbligo (per sopravvivere) dell'unicità, dell'essere una per aprire una scatola di sardine, comprare un biglietto del treno e soprattutto per amare.

Eppure Jean e Joan Holbrook (questo il nome delle due sorelle del film, interpretate da Kate e Rooney Mara) vogliono vivere il loro mondo a due, continuando ad amare l’uomo che hanno amato (Orlando Bloom) nonostante abbia fatto loro causa per stalking, difendendosi dai guardoni attratti dalla loro stranezza, inseguendo in una grotta dell’Irlanda il sogno di scavare un tunnel che le porti, chissà perché, nelle Isole Orcadi, in un luogo dove tutto sia possibile…

Quella delle sorelle all’unisono di Herzog è un’utopia, e per questo il loro mondo interiore ed esteriore è impossibile, o più ancora inconcepibile, come il gioco di parole concettuale su cui il film si chiude ironicamente (qualcosa di simile e contrario al ritornello di una grande canzone dei Genesis, Carpet Crawlers: «You got to get in to get out») e che lascia le due donne bloccate nella loro condizione: senza movimento, senza distinzione, in una sorta di grado zero dell'esistenza, unica ma non separata, come la voce di una che si rifrange in quella dell’altra o l’errore del padrone di casa che corregge l’espressione «una più bella dell’altra» in «l’una bella quanto l’altra»… Del resto, cosa se non la differenza crea il linguaggio che dà un senso al mondo? E se non c’è, la differenza, un senso il mondo ce l’ha? E la realtà esisterebbe?

In qualche modo tali domande concettuali fanno da sempre parte del cinema di Herzog, fin dall’esistenza enigmatica e in quel caso vuota di Kaspar Hauser, ma in Bucking Fastard è solo la natura delle due protagoniste a risultare interessante, e non tanto il modo in cui Herzog la racconta, dal momento che il suo film è poco chiaro, dispersivo, o forse piatto, visivamente ripiegato su una stranezza compositiva (grand’angoli che distorcono la prospettiva, continui movimenti panoramici) alla lunga poco giustificata. Come se Herzog, nel cinema di finzione (e non da oggi), non sapesse dare forma alle intuizioni che invece nel documentario trovano sbocco e finisse per disperdere il potenziale del suo lavoro, soprattutto quando porta le sue attrici (comunque notevoli e conturbanti) in una grotta a scavare in modo ossessivo metri e metri di roccia e finisce solamente per ricordare, senza riprenderli, momenti più fervidi e creativi della sua carriera.