Una ragazza avanza su un lungo fiume; indossa una tuta blu che potrebbe essere da operaio, un blusone di pelle nera e scarpe con un piccolo tacco. Il fiume è la Senna, la giovane donna cammina decisa e forse sfrontata, ci parla di memoria e fotografia, e un ralenti sfuma a poco a poco nella luce rossa della camera oscura nella quale si sviluppano le foto. Siamo a Parigi, il 14 luglio del 1937, la ragazza si chiama Gerta Pohorylle, in arte Gerda Taro, nota al mondo come partner di quel grande fotografo che fu Robert Capa, il cui lavoro fu in realtà anche frutto dell’arte di una coppia, la cui parte maschile, quella che tutti conosciamo, si chiamava Endre Friedmann. E Gerda Taro, forse, non è tanto nota al mondo; come dice lei stessa a un certo punto del film: «Per me fare foto significa dire io esisto. Ma il mondo vede solo Capa e io resto dietro di lui». Una polacca di origine ebrea e un ebreo ungherese, entrambi poco più che ventenni, entrambi fuggiti dal loro paese all’inizio degli anni 30, entrambi appassionati di fotografia ed entrambi, come tanti, rifugiati nella Parigi non ancora nazista e piena di talenti, di giovinezza, di energie. Di passione politica: Brecht s’incrocia con Dos Passos, le parole di Hemingway danno voce a Terra di Spagna di Joris Ivens, giovani fotografi, cineasti, scrittori danno volti, passioni e vite a quelli che combattono, come in Spagna, dove Gerda e Robert sono stati nel 1936 e dove Gerda, nel ’37, a un passo dal crollo delle speranze repubblicane, vuole tornare.
Comincia così, con la giovane donna che cammina, con la camera oscura e lo studio fotografico, con i reels originali del Congresso degli Scrittori per la Difesa della Cultura che si tenne in Spagna durante la guerra civile, La ragazza con la Leica, il film che Alina Marazzi ha tratto dal romanzo omonimo di Helena Janeczek e che rimette al centro della scena una figura femminile, se non dimenticata, certamente, fino a un paio di decenni fa, sottovalutata, nota come compagna del grande Capa, ma non come un pezzo vivo della sua arte. Gerda morì nel 1937 in Spagna, dov’era tornata sola per fotografare la guerra civile sul fronte di Brunete (mentre Capa voleva raggiungere Ivens in Indocina), schiacciata dai cingoli di un carro armato: aveva ventisei anni e, a Parigi, parteciparono al suo funerale duecentomila persone.
Marazzi ne ricostruisce la vitalità, la passione e la stessa estetica (che non è solo visiva, ma anche e forse soprattutto interiore, morale, politica) mescolando tempi, luoghi, forme. musiche (da L’internazionale in varie versioni a Carlo Buti, da El paso del Ebro a La marsigliese in versione jazz). Il film passa senza soluzione di continuità dalla Parigi del 1932 e del 1937, alla Lipsia del 1932, alla Spagna del 1936, al Lido di Roma nello stesso anno, dai colori caldi della finzione e dallo slancio autentico di Emilia Schüle e degli altri giovani interpreti al ricchissimo materiale di repertorio che mescola adunate e marce naziste, battaglie spagnole, vite comuni, vite da cinema (Kuhle Wampe di Dudov, L’Atalante di Vigo, Terra di Spagna di Ivens) e le splendide immagini di Capa-Taro (il marchio comune usato all’inizio del loro lavoro), compresi i 4500 scatti di Gerda, Robert e del loro amico “Chim” Seymour contenuti nella famosa “valigia messicana”: affidati a un amico quando i tedeschi occuparono Parigi, scomparvero e furono considerati perduti fino al 1997, quando riemersero in una soffitta di Città del Messico.
«Rinvenire e inventare sono la stessa parola» si dice verso la fine; e questa è certamente una misura essenziale del cinema di Alina Marazzi, che sa amalgamare immagini distantissime tra loro, frutto di sogni e di orrori, di amore, sensualità, dignità. Capa lo sa che non siamo immortali solo perché abbiamo una macchina fotografica (o una cinepresa, o qualcosa con cui scrivere o disegnare); ma è anche vero che possiamo rendere immortali momenti fondamentali della nostra e altrui storia, per non dimenticare e per sopravvivere. La ragazza con la Leica (macchinetta leggera e maneggevole) è un film che parla di vita e di giovinezza nonostante sia immerso nella morte, che sa collegare con accurata grazia il mondi di oggi con quello del passato e che insegna a tutti, per bocca di Gerda, una cosa fondamentale, che «Sarebbe un peccato andare incontro alla morte senza saper ballare».