Fuori concorso

Nessun dolore di Gianni Amelio

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Un’impressione, improvvisa e un pochino, solo un pochino, straziante: questo è Il ladro di bambini senza più nessuna speranza, nemmeno quei minuscoli barlumi, di bisogno di paternità appagato, di fratellanza e sorellanza, di amicizia e solidarietà (ti faranno giocare, diceva Rosetta a Luciano nel finale del film del 1992), di rispetto, che trapelavano nel rapporto tra il giovane carabiniere e i due bambini che “rapiva” per pochi giorni invece di accompagnarli in istituto, in un viaggio attraverso un’Italia che era sconfortante e sconfortata ma nella quale pareva si potesse ancora respirare. Certo, anche qui, in Nessun dolore, c’è il sorriso di un uomo nel finale; ma è un sorriso in qualche maniera rassegnato, un sorriso antico, un sorriso passato.

Il nuovo film di Gianni Amelio ha un attacco di inquietante, secca, terribile attualità (e bellezza): da qualche parte, intorno a Stazione Termini, un giovane uomo nordafricano cammina con un bambino; una ragazza gli offre un pezzo di pizza, il bambino la prende e la dà al padre, che la mangia. Davide invece sta nella sua bancarella di libri usati, che affida alla sua più fedele e malinconica cliente per andare un momento a pranzo. Per strada viene intercettato dal nordafricano che tenta di affidargli il bambino e che, al suo rifiuto, ordina al figlio di seguirlo, di non mollarlo mai, perché quello è suo padre. L’inseguimento inizia, Davide tenta di allontanare il bambino finché una moto non lo investe. Comincia così una storia di “relitti” (da non considerare una parola negativa): sono “relitti” i libri, che vengono abbandonati anche da chi non ha niente e che nessuno legge più, a parte un carcerato meridionale  che sente risuonargli dentro la storia di Furore di Steinbeck raccontatagli da Davide; è un relitto, per quanto ordinata e benestante, la vita di Elsa (Valeria Golino) e dell’uomo più vecchio di lei che accudisce; com’è una malinconica isola di solitudine la vita di Davide, in quel suo appartamento pieno di libri e di vita interiore compressa, e poi di extracomunitari senza tetto, che si autoinvitano e che allineano le scarpe fuori dalla porta. File di scarpe sempre più lunghe, facce ignote, cibi diversi, mentre un umanissimo addetto all’obitorio dell’ospedale fa da controcanto pietoso all’ansia e ai sensi di colpa di Davide, quasi da comprensivo traghettatore verso l’aldilà. Le scene tra il protagonista Alessandro Borghi e il necroforo Valerio Mastandrea (bravissimi, entrambi) sono commosse, trattenute, pudiche, sempre sul filo di un’emotività che non esplode mai, perché in fondo (non solo nel film) siamo diventati tutti isole, o barche, che s’intravedono, si sfiorano, magari si riconoscono, ma non si toccano mai. Così, racchiusa dentro una Roma “dietro le quinte”, la Roma miserabile e squallida intorno a Termini (che è poi come qualsiasi grande città, italiana e non), la storia di Davide e del ragazzino che non fu mai suo figlio, di Elsa e dell’uomo che forse divenne suo marito e di tutti gli esclusi che, più o meno silenziosamente e non invisibilmente, li circondano, questa storia non può più nemmeno concedersi le esplosioni, i turgori del mélo, come accadeva tra gli emigranti tutti italiani di Così ridevano o tra gli esuli albanesi di Lamerica. Qui, al posto di una nave stipata di migranti, la scena “spettacolare” spetta ai libri (“la cosa più importante”), nel campo lungo in cui Davide sta in mezzo al mare di libri sparsi dentro la sua casa. Qui è come se una nebbia di disillusione si fosse spalmata anche sulle azioni degli uomini e donne di buona volontà (come sono Davide, Elsa e il necroforo), e intorno solo indifferenza o indignazione, e un altro mondo estraneo, e certamente volonteroso, con il quale però è difficile, forse impossibile, comunicare. Qui il sorriso può essere solo venato di tristezza. Però, come è scritto all’inizio del film: «Questa storia deve ancora accadere». Si può scongiurarla?