Strano destino quello di Good Luck, Have Fun, Don't Die, confinato nella programmazione estiva in sale d’essai o con una circolazione limitata, se si considerano nell’ordine: l’alto tasso di spettacolarità; la commistione tra fantascienza, azione e commedia; infine la firma – va detto - autoriale di Gore Verbinski, popolare a suo tempo, appena nel primo decennio di questo secolo, almeno per The Ring, remake statunitense dell’omonimo horror nipponico, e per i primi tre dei cinque titoli della saga Pirati dei Caraibi. In realtà la lista dei titoli celebri della sua filmografia non certo di nicchia potrebbe proseguire, ma qualcosa dev’essere andato storto stavolta nel rapporto con l’industria cinematografica; forse già dal precedente La cura del benessere. Quasi dieci anni di distanza tra quello e questo Good Luck, Have Fun, Don't Die lasciano intendere un’autonomia produttiva che si scontra nei contenuti con l’omologazione culturale, antropologica ed economica contemporanea.

Conta dunque relativamente che i film di Verbinski piacciano o meno, eccessivi nella mole di elementi costitutivi, ma sempre riorganizzati in una struttura fin troppo ad orologeria. Sia La cura del benessere che a maggior ragione Good Luck, Have Fun, Don't Die mostrano specialmente nelle premesse, alle volte sganciate dall’obbligo del racconto continuativo e prolungato, una volontà critica spiazzante: non basta quindi la popolarità dei blockbuster pregressi per mettere in sicurezza l’ex campione d’incassi Verbinski, se reitera la messa in stato d’accusa dei comportamenti collettivi, con un impatto devastante sul corpo, la mente e la sostenibilità di un modello di società. L’approccio dichiaratamente e definitivamente apocalittico di Good Luck, Have Fun, Don't Die rende “pericolosa” anche l’intrattenimento costoso, che però trascende il grado consentito di ironia verso l’esistente. In un certo senso deve aver colpito nel segno questa parabola dell’uomo che dal futuro viene a organizzare una pattuglia di non omologati pronti a scongiurare per l’ennesima volta la deriva di un mondo votato allo sfacelo circostante, distratto a livello post-umano dall’automatismo digitale, gestito all’apparenza da un baby genio dell’intelligenza artificiale, invero eterodiretta, di matrice non sociologica o scientifico-tecnologica ma capitalistica, multinazionale e perciò invisibile. Il divertimento, farcito di un repertorio incalcolabile di riferimenti cinematografici e non, non garantisce che sia innocua neppure un’opera realizzata dentro il sistema, quindi da marginalizzare a livello distributivo senza il bisogno di censurarla.

Quanto più Good Luck, Have Fun, Don't Die reitera il già visto, tanto più esibisce l’insospettabile originalità, da intendersi sia come debito incalcolabile e smisurato verso modelli originali accorpati, sia come creazione di un modello ex novo nel pastiche. I luoghi comuni a non finire nelle pieghe del racconto in tutti i sensi cronometrato cominciano dalla visione dell’universo giovanile inebetito dai dispositivi, con soggetti assoggettati e cerebrolesi e assenti, quindi incapaci di reagire a ogni stimolo cognitivo e culturale. Ma funziona la loro rappresentazione assestata su stereotipi di provenienza adulta, da cui proviene forse la maggiore responsabilità e rappresentanza numerica di odierni morti viventi in circolazione. L’universo scolastico con gli insegnanti in fisiologica estinzione sabbatica e gli adolescenti dannati e uniformati come zombi è uno dei maggiori punti di forza di Good Luck, Have Fun, Don't Die, perché il discorso complessivo punta a smontare l’immaginario digitalizzato saturo di messaggi rassicuranti, comunque corrotto e incapace di autenticità positiva e vocazione catartica. I riferimenti, con citazioni care a chi non è più capace di decodificare un testo, quindi il cinema globalizzato e bulimico inteso quale mezzo di comunicazione o costruzione di massa, cede a monte al perpetuo azzeramento del suo meccanismo esteriore sempre iperattivo, con esito coerente se a dirlo è chi le modalità dello svago le conosce e pratica come Verbinski, senza andarne almeno fiero. Dal film, ergo dalla massificazione non si esce illusi né indenni, ridendo e non scherzando, né gli si sopravvive, a meno di non affidarsi all’allegra malasorte irrimediabile.
Un uomo dal futuro arriva in una caffetteria di Los Angeles, dove recluta una combinazione esatta di clienti scontenti per unirsi a lui nella missione di salvare il mondo dalla minaccia della maligna intelligenza artificiale.
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