Un Ronzinante venuto da Detroit

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È appena passato mezzo secolo da quando uscì dalle linee di produzione della Cadillac di Detroit la Fleetwood 75 Limousine che avrebbe fatto da fidato Ronzinante alla traversata dell'America degli otto componenti la band dei Leningrad Cowboys in "Leningrad Cowboys Go America" (1989) di Aki Kaurismäki.    Il regista finlandese ha sovente inserito veicoli d'epoca nei suoi film, spesso americani (la Buick station wagon di "Nuvole in viaggio"; la Checker Marathon di "L'altro volto della speranza"; la Corvette di "Juha", guarda caso ribattezzata Sierk) ma anche europei (la Citroën DS in "Miracolo a Le Havre"). La limousine americana, un po' sgarrupata ma ancora robusta (soprattutto le sospensioni...) può essere considerata a tutti gli effetti coprotagonista del film di Kaurismäki, che alla sua uscita italiana fu recensito da Bruno Fornara, in un articolo che qui riproponiamo, su "Cineforum" n. 305, giugno 1991. Bon voyage!

Scheda

Messico e favole 

di Bruno Fornara

Aki Kaurismäki ha giurato che non metterà mai piede a Hollywood (staremo a vedere). E infatti il viaggio americano dei Leningrad Cowboys parte da New York verso il Sud, tocca Memphis e New Orleans, svolta verso Ovest e si conclude in Messico, prima di arrivare in California. L'America, per Kaurismäki e i suoi inverosimili musicanti, è solo un luogo di passaggio. Dalla tundra gelata fin landese al deserto messicano, questo il viaggio dei Leuingrad Cowboys; in mezzo, un po' di periferia newyorkese, la campagna vista dai finestrini della macchina, un bar dietro l'altro, i posti dove ci si ferma a suonare. Ai Leningrad Cowboys pare proprio che non interessi scoprire l'America.
Dopo aver esordito, nel 1983, con Delitto e castigo, una dura trasposizione del romanzo dostoevskiano nella Helsinki di oggi, Kaurismäki aveva scelto come secondo film una storia di viaggio («Tutti i critici finlandesi mi aspettavano al secondo film per pugnalarmi alla schiena. Io li ho presi in contropiede realizzando un film del tutto diverso, Calamari Union, e la sera della prima ho scoraggiato tutti dall'andare a vederlo: ripetevo che si trattava di un pessimo film e invitavo la gente a lasciare la sala. La tattica si è mostrata fruttuosa e così faccio sempre di nuovo quando il film viene proiettato da qualche parte»). Calamari Union racconta di diciassette giovanotti, tutti di nome Frank, che tentano l'impossibile: andare, in una sola notte, dal proprio schifosissimo quartiere popolare («Ci sono più colline e salite qui che in qualsiasi a ltra parte del mondo») al quartiere ricco di Eira, dall'altra paete di Helsinki (venti minuti in tram). Nessun Frank poeta a termine l'impresa; la città lentacolare li ingoia tutti; gli ultimi due annegano in mare, dopo aver tentato di dirigersi su una fragile barchetta verso l'Estonia e la libertà. Con Calamari Union (1984) Kaurismäki definisce già il suo distacco dalle diffuse illusioni sul viaggio e nello stesso tempo chiarisce il suo modo di mccontare il disagio: personaggi qualunque (tutti quei Frank) ma non riconciliati, in ambienti prosaicamente eeali, si giocano l'esistenza e perdono la scommessa nei modi più stupidi. La sfida dei Frank è insensata; il loro agonismo, applicato a uno scopo raggiungibile banalmente in tram, dice subito qualcos'altro, che non ci sono più imprese da compiere e il mondo se ne infischia di chi insiste nell'andare a cercarsele.

Per questo, Leningrad Cowboys Go America non è tanto un melanconico film di viaggio, pur svolgendosi quasi tutto lungo un percorso e su una Cadillac, e neppure l'ormai irrealizzabile racconto di un'avventura; è piuttosto una favola, unico luogo dove ancora ci si può inventare una meta finale, un approdo al regno di Cuccagna, al Messico delle fiestas e della tequila, dove anche chi è rimasto congelato per tutto il film può riprendersi e rimettersi a suonare la chitarra. Aki Kaurismäki non va d'accordo col mondo. Basta vedere Delittto e castigo, La fiammiferaia o Ho affittato un killer. Proprio per questo non smette d i sognare. I suoi Leningrad Cowboys sono l'incarnazione della diversità e della dissonanza. Mettono insieme inclinazioni passatiste e segnali della nostra desolazione: amano polke e mazurche, la campagna, un amore, una fattoria, una famiglia (qualcuno alla ragazza preferisce un trattore); i capelli gli crescono in un ciuffone appuntito (nascono così: anche i neonati sono dotati del ciuffo), cui fanno da pendant delle scarpe ugualmente aguzze (per guidare la Cadillac bisogna piegarne indietro la punta e fermarla con un chiodo), portano persino nel Sud deg li Stati Uniti pesanti pellicce, nascondono gli occhi dietro impene trabili lenti nere. Sognano insomma un'innocenza perduta, attraversano con buffa ingenuità un mondo di cui non gli importa niente (e che non li vede neppure), si nascondono e insieme si distinguono dietro quelli che, dai Blues Brothers in poi, sono diventati i segni del distacco dalla banalità del vivere.

I Leningrad Cowboys sono una delle band più conosciute della Finlandia. Così di descrive Kaurismäki: «Esistono da circa diciassette anni e il loro veno nome è Sleepy Sleepers ma internazionalmente sono noti come Leningrad Cowboys. Tutti i musicisti pop finlandesi sono passati per questa band, solamente i due leader sono sempre gli stessi. Qualcuno va, qualcuno viene e ogni tanto li licenziano tutti e ne chiamano dei nuovi. E la loro band, è la loro musica. Sono comunque tutti dei professionisti e hanno un repertorio di canzoni finlandesi di successo, ma non potevamo utilizzarle nel film, erano impossibili da tradurre. Di giorno o in giorno si decideva cosa suonare e, dato che sono veramente bravi, possono suonare sul momento qualunque cosa, anche la Quinta di Beethoven in versione rock'n'roll oppure alla maniera classica, giacché metà della band è diplomata al Conservatorio».

All'inizio del film, un funzionario sovietico li ascolta suonare. Col loro repertorio di marcette, valzerini e polke, gli sembrano del tutto fuori moda. La perestroika non sa cosa farsene di questa robaccia. Il consiglio è di tentare la fortuna negli Stati Uniti. Guidati e sfruttati dal manager Vladimir (l'attore Matti Pellonpää, ricorrente presenza nei film di Kaurismiiki, protagonista anche del prossimo Scènes de la vie de Bohème dal romanzo di Henri Murge a cui si ispirò Puccini, un film che è anche una scommessa linguistica; dice Kaurismäki che Matti Pellonpää non sa una parola di francese ma ha un grande talento per le lingue, pur non sapendole; sa imitare perfettamente qualunque lingua: ascolta una frase e la ripete pari pari semplicemente seguendone il suono; vedremo cosa succederà), seguiti da Igor, lo scemo del villaggio, emarginato perché pelato e senza ciuffo, i Leningrad Cowboys studiano l'inglese in aereo, infilano un fiasco dopo l'altro, si danno da fare per dimenticare il loro repertorio, adeguarsi senza convinzione e impararne un altro (rock, rhythm and blues, country, tex-mex), viaggiano accompagnati da cartelli indicatori ad ogni inizio di sequenza (di solito idioti oppure avvii) fino al Messico dove arrivano finalmente al successo e dove la tequila sgorga per tutti da cactus muniti di rubinetto. Il perfido manager Vladimir fugge nella notte e i Leningrad Cowboys, proletari della musica, finalmente liberi, suonano le loro vecchie canzoni per gli invitati ad un matrimonio. Favoletta antirealista, girata senza pensieri, probabilmente nel corso di una vacanza, Leningrad Cowboys Go America è una specie di striscia a fumetti con gag affettuosamente infantili, siparietti grotteschi, momenti melanconici e numeri musicali.

Un film bidimensionale, frontale laconico e tranquillamente anarchico, dedicato a Guty Cardenas («Un cantante messicano che suonava nei ristoranti, alle feste, ai matrimoni, ed è rimasto ucciso in una zuffa in un locale nel1985; mi piace la sua musica e ho diversi suoi dischi; ho utilizzato una delle sue canzoni in Ombre in paradiso, nella sequenza che vede il protagonista, dopo che è stato malmenato, camminare solitario lungo i binari del tram, mentre la ragazza è sola nell'appartamento; è una canzone molto malinconica), con un posticino per Jim Jarmusch («L'ho messo nel film perché sembra un venditore di roba di terza mano; lo chiamavo Mr. Slow, perché gira i suoi film con una tale lentezza ...). Rifiutati in patria, non accolti dalla nuova Unione Sovietica, di passaggio negli USA, ai Leningrad Cowboys resta il Messico, quello di cui già si favoleggiava nei film di Peckinpah, come ultima patria, povera e felice. Aki Kaurismaki, che dice di essere arrivato al cinema perché incapace di ogni altro lavoro onesto, è tra i pochi registi giovani (nato nel 1957) che stia costruendosi una carriera infischiandosene delle mode e delle richieste dell'establishment cinematografico (e del pubblico medio).

Può ispirarsi ai classici (Delitto e castigo, il fosco antiborghese Amleto si mette in affari), può raccontare storie di proletari o impiegatucci perdenti ma non ancora sconfitti (Ombre in paradtso, Arwl, La fiammiferaia, Ho affittato un killer), può divertirsi (Calamari Union, Leningrad Cowboys Go America, il gustoso cortometraggio Rocky VI). Si ispira, tra gli altri, a Buñuel, Bresson e Ozu e se gli si chiede quale sia il comune denominatore di questi autori risponde che «tutti e tre i registi più o meno dicono le stesse cose, a distinguerli è solamente una questione di stile; lo stile dei film di Buñuel è un po' più selvaggio dei modi di Bresson e Ozu, ma questo non vuoi dire che non stiano raccontando le stesse cose continuamente, e cioè l'orrore della vita, l'orrore della società». Forse al Messico, forse in qualche altro posto, questo orrore è un po' più sopportabile.