Nell’Upper West Side dove la scena ha luogo, due gang di pari orgoglio, per antichi rancori, cadon ancora in una nuova discordia che sporca le mani del lor stesso sangue. Dalla fatal rivalità di questi nemici, trae vita la triste vicenda di una nuova coppia di sfortunati amanti. Se vorrete ascoltare con orecchio paziente, la loro storia qui si proverà a raccontare. West Side Story compie sessantacinque anni. Il capolavoro di Jerome Robbins & Robert Wise, musiche del grande Leonard Bernstein, sceneggiatura di Ernest Lehman dal Romeo e Giulietta shakespeariano, venne presentato sugli schermi americani esattamente mezzo secolo e tre lustri fa. Modernissimo ancora adesso (esiste anche un bel remake di Steven Spielberg), inizialmente non venne del tutto ben capito da «Cineforum»: riproponiamo ciò che ne scrissero Camillo Bassotto sul n. 24, aprile 1963, e Stefano Bortolussi sul n. 207, settembre 1981, con l’invito a raffrontarli col molto più positivo saggio di Maurizio Porro sul n. 4 Nuova Serie, dicembre 2021 (numeri tutti disponibili sull’e-commerce della rivista, shop.cineforum-fic.com). One hand, one heart.
«Cineforum» n. 24, aprile 1963
Dalla fatica unitaria di Robert Wise, regista cui non fanno certamente difetto la conoscenza della tecnica e il ritmo di un buon mestiere, e di Jerome Robbins, coreografo intelligente e originale, è nata la trasposizione cinematografica di una fortunata opera di Broadway. E se sul palcoscenico il numero delle repliche è stato certamente tra i più alti della storia del musical, così mai nessun film aveva vinto complessivamente dieci premi Oscar, il che, per quanto si tratti di un'insegna ormai un po' svalutata, è pur sempre un bel numero.
In realtà, West Side Story si inscrive esattamente nel clima della “commedia musicale”, che è sempre stata una delle colonne dello spettacolo cinematografco hollywoodiao, sul piano di grandi ricostruzioni scenografiche, con la presenza di cantanti e di ballerni di primo piano. Le fanciulle delle follie, ad esempio, ripropose in Italia, subito dopo la guerra, al nostro pubblico, Ziegfield e le sue “imprese”, così quanto Cantando sotto la pioggia introdusse in un certo senso un elemento intellettuale in un genere di per sé quasi del tutto negato a una eccessiva “specializzazione”. West Side Story ha in sé gli elementi di una maturazione che lo avvicinano al film di Kelly e Donen, e che dall’altro lo può portare un passo avanti, in una precisa e consapevole prospettiva musicale e spettacolare, erede delle tradizioni del passato, e nello stesso tempo interessata a qualcosa di nuovo e di autonomo, di vivo e di originale.
Il soggetto – West Side Story si ispira a grandi linee alla storia di Giulietta e Romeo. Solo che i due protagonisti si chiamano Maria e Tony, e lo scenario non è quello di Verona, ma di una tumultuosa strada di New York, ai nostri tempi. I Montecchi e i Capuleti sono ora la banda dei “Jets” e quella degli “Squali”, due bande di giovani cosiddetti “bruciati” che si contendono il piccolo territorio del West Side. Le sue fazioni (gli “Squali” sono portoricani) sono in continua lotta fra loro, e spesso si scontrano in dure battaglie per le strade della città. Tony è amico di Riff, capo dei “Jets”, ed egli stesso aveva fatto parte della banda. Riff lo invita al ballo di sfida che la sua banda ha lanciato ai rivali, ed egli non può esimersi. Nell’altro gruppo quela sera, appare per la prima volta Maria, sorella di Bernardo capo degli “Squali”, a cui si offre l’occasione di parteciapre a qualcosa di nuovo e di eccitante. Il ballo inizia tranquillamente, ma non appena arrivano Bernardo e tutta la banda degli “Squali”, la festa si tramuta in una vera e propria gara ritmica tra le due bande. Fra la folla dei ballerini, Tony scorge Maria, lei avverte la sua presenza e ben presto danzano insieme, senza curarsi si altro attorno a loro, inari della tempesta che si sta addensando. Bernardo interrompe bruscamente il ballo, adirato con la sorella che ha ballato con un rivale, e le due bande si sfidano. Gli avvenimenti, come è naturale in casi del genere, precipitano, sempre seguendo la falsariga della vecchia leggenda italiana. Equivoci, uccisioni per errore, malintesi, “fratelli che uccidono fratelli”, Bernardo che uccide Riff con una coltellata, Tony che uccide Bernardo ed è a sua volta ucciso, mentre Maria accusa “Jets” e “Squali” del dramma inumano che si è svolto nel giro di poche ore. Il finale è apparentemente accomodante: il corpo di Tony viene portat via, come per un improvvisogesto di solidarità, dalle due bande rivali, le quali sembrano aver ritrovato la comprensione e l’accordo reciproci.
La realizzazione – È evidente che la rivalità fra le due bande, oltre che come una reincarnazione della storia di Giulietta e Romeo, po' essere interpretata come una rivalutazione di pi duri e di più profondi contrasti sociologici, morali, politici. Robert Wise, non per nulla, già collaboratore di Orson Welles per Quarto potere e L’orgoglio degli Ambersons, e autre fra l’altro di Stasera ho vinto anch’io e Lassù qualcuno mi ama, è sempre stato, nei casi migliori, un regista molto attento ai casi umani, e attento soprattutto ai problemi della libertà individuale, della morale, dell’introspezione psicologica. Tuttavia il Wise produttore, il Wise regista, ha pur dovuto fare i conti con qualcosa di già codificato, con qualcosa che già aveva una sua struttura e una sua configurazione, con uno spettacolo reduce da due anni di gloria di Broadway, e da molti altri mesi di successo in tutto il mondo. E Jerome Robbins, creatore di coreografie e di balletti, ha avuto, nel film la sua parte, smorzando i segni più polemici o più aperti alla polemica e al dibattito, e accentuando invece gli aspetti grandemente spettacolari, i balli, i canti, i cori, le figurazioni, di grande importanza nel campo della rivista e del musical, ma di minore rilievo, indubbiamente, per quanto riguarda significati più profondi e più motivamente importanti.
In fin dei conti, i dieci Oscar hanno premiato anche lo splendore e la vivacità nella consuetudine. Un film che fosse stato più spregudicato e più dinamico non avrebbe certamente incontrato il medesimo successo, non sarebbe stato designato, certamente, a rappresentare il cinema americano del ’62 in tutto il mondo, a sottolineare i pregi e i significati ritenuti più autorevoli.
«Cineforum» n. 207, settembre 1981

[…] L'innesto impossibile – Preso atto della morte del cinema, e con esso del musical, le strade da intraprendere sono due: fare films, semplicemente, che si propongano come tali (e che quindi abbiano una profondità intrinseca e tutta cinematografica), o tentare imprese che procedono sulla strada della contaminazione e dell'ibrido. Quest' ultima soluzione è precisamente quella che hanno scelto quei registi che si sono convinti di poter resuscitare il grande film musicale dalle sue ceneri (ceneri, come abbiamo visto, in qualche modo necessarie). L'innesto è, in poche parole, la cifra dello pseudo-musical degli anni '60/'80. Si cerca di proiettare l'universo del musical (un universo che ha come statuto irrinunciabile il fatto di essere chiuso, circoscritto, “altro” anche quando il suo scenario è l'apparente realtà di una città, come nei grandi film della coppia Donen/Kelly) all'esterno, di farlo cioè uscire verso il (presunto) reale. Non ci si rende conto, in poche parole, che il reale non esiste più se non nell'immaginario collettivo.
Il punto di partenza simbolico di questo processo di erosione degli elementi costitutivi del musical classico è forse il film West Side Story (1961) di Robert Wise (come giustamente segnala Franco La Polla nel saggio I sentimenti tra virgolette, «Cinema e Cinema» n. 22-23). Wise in sostanza cerca di passare attraverso il musical (senza accorgersi di usare un “linguaggio di secondo grado”, un cinema che si smaschera da solo). Il suo discorso ha molto più a che fare con il codice retorico del melodramma (magari nobilitato da tinteggiature shakespeareane). Cercando il massimo di realtà (non di verosimiglianza, si badi, ché questa è condizione necessaria per ogni tipo di cinema), Wise travisa il senso stesso del musical; lo tradisce, se ne serve come pura operazione di “spettacolarizzazione”, come un mezzo… quando il musical è sempre stato un fine. In West Side Story i numeri di danza, le coreografie, le musiche sono tutti elementi estremamente curati, e portati al limite della perfezione. Ma Wise usa questi elementi come pura e semplice stilizzazione, come, se così si può dire, pura sollecitazione estetica e spettacolare.
