Ponyo in the Sea with Diamonds…

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La sua presenza nel Mediterraneo era già stata segnalata nel 2013, ma questa estate il Pesce Palla giapponese (Lagocephalus Sceleratus) ha cominciato a far pesare davvero la sua presenza, rivelandosi un micidiale predatore delle altre specie ittiche autoctone. Il suo aspetto è apparentemente paciocco (sembra uscito dalla combriccola di Nemo), ma quando minacciato si gonfia come una palla, donde il nome. Le sue carni prelibate (soprattutto nella preparazione sashimi), se non preparate da un cuoco più che esperto, possono essere estremamente tossiche, tanto da essere usate come arma del delitto in un episodio di Colombo. Un altro pesce dei mari del Giappone, la piccola Ponyo dell’omonimo film di Miyazaki Hayao, non è così micidiale, ma il suo desiderio di tornare a essere umana rischia di stravolgere l’ordine cosmico. Di Ponyo sulla scogliera ne ha scritto Roberto Chiesi su «Cineforum» n. 484, maggio 2009, in un articolo che qui riproponiamo.

«Cineforum» n. 484, maggio 2009

Il mondo salvato dai bambini (e dai pesci)

Roberto Chiesi

Fa un certo effetto vedere vecchi esegeti di Bergman o del noir americano anni 40 che si spellano le mani per Ponyo. Adepti di Manoel de Oliveira, tifosi di Cantet o Mungiu, cultori del nuovo e nuovissimo cinema hollywoodiano, tutti lì ad applaudire sensei Miyazaki, mentre risuonano le note di «Ponyo Ponyo, pesciolina tu, dal mare tutto azzurro, sei giunta fin quassù». 

È successo all’ultimo Festival di Venezia, e non è stata un’esplosione di infantilismo di massa (critica) o una di quelle goliardiche stravaganze con cui gli addetti ai lavori si sgranchiscono le meningi, tra una meditazione ucraina in camera fissa e un film-verità sulle periferie di Caracas girato in camcorder. 

Arriva Ponyo, disegnato completamente a mano, con i suoi pesciolini che vengono alla luce scoppiando come popcorn e le sue gigantesche onde-valchirie ittiche e occhiute (in cineteca, subito!), con il suo inno all’amore gratuito e assoluto capace di commuovere anche i cinici militanti, ed eccoci tutti vittime di un incantesimo. 

Eravamo arrivati a Il castello errante di Howl, forse uno dei film meno riusciti di Miyazaki, ma celebrato anche lui a Venezia per inerzia, tanto è ancora l’imbarazzo di aver scoperto il suo genio così in ritardo, onorato a Berlino solo nel 2001 e poi medagliato agli Oscar, quando Conan risaliva al lontano 1978, Nausicaa all’84, Porco Rosso al ’92. In Howl, fantasy complesso il cui décor si mangiava tutto il resto, ci poteva ancora essere l’alibi dei “grandi temi” o della “metafora”, si parlava di guerra e volontà di potenza, si giocava con il fanta-modernariato. Qui invece siamo al grado zero, l’abc, l’alfa e omega, l’ambarabaciccicoccò, ma il cinema di Miyazaki ne esce trionfante, dandoci l’occasione di capire cosa, nel suo Dna (se materialisti) o nella sua anima (se spiritualisti), lo rende così “diverso”. 

Incanto e poesia, meraviglia e magia. Suona così il mantra che noi critici intoniamo spesso a Miyazaki. È sempre difficile parlare di qualcosa che non ha bisogno di troppe parole, e allora ci rifugiamo nei giudizi apodittici, che guarda caso sono quelli preferiti dai bambini. La cosa vale ancora di più in un film come questo, dimostrazione plastica della differenza abissale che c’è tra la semplicità e la semplificazione (che è un po’ come dire tra sostanza e superficie delle cose).

Può sorprendere sapere che ci sono voluti 180 mila disegni per realizzare Ponyo, contro i 110 mila necessari a La città incantata, summa dei temi e delle arti di Miyazaki, così ricco, complesso, ambizioso, rispetto alla storiella banalotta di una pesciolina rossa che vuole diventare umana e del bambino che la adotta, salvando il mondo (?). A cosa servono quei 70 mila disegni in più? Non a dare maggiore profondità psicologica ai personaggi, non alla coerenza della storia, non all’imitazione della realtà. Il punto forse sta proprio qui, in ciò che nel cinema di Miyazaki eccede i fondamenti del cinema. Il bello è che il maestro giapponese aveva dato alla sua squadra l’ordine di semplificare il disegno, la linea degli oggetti e dei personaggi, le forme, i dettagli decorativi. In compenso la regola era: muovete tutto! Alla faccia dell’ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Ponyo è prodiga sovrabbondanza, è magnifico “spreco”. È l’esatto contrario di quelle operazioni industriali in cui le idee, i contenuti tecnici, le emozioni indotte, sembrano il frutto di una lunga mediazione, una ripartizione aritmetica di costi e benefici.

A parlar d’anima si rischia di scivolare nell’ineffabile, non è una categoria criticamente ponderabile, ma stavolta commetteremo peccato. In Ponyo c’è tanta anima (libertà espressiva, gioia, grazia, sentimento non sentimentale, bellezza non ornamentale) che basterebbe a rianimare un qualsiasi sequel di Madagascar, un Bolt, un Mostri contro Alieni in 3D (a proposito di cinema al servizio della tecnica), ma anche un Ridley Scott, un Millionaire o un Johnnie To a caso. Ed è indubbio che il calore e la vitalità, il realismo fantastico, il surrealismo concreto, sono legati alla scelta di utilizzare la matita, di impiegare pastelli e acquarelli, di fregarsene se lo steccato di una casa è fatto di linee storte o se l’erba non è animata filo per filo come nei magnifici film Pixar. 

Non ne stiamo facendo una questione di artigianato contro tecnologia digitale (che è una forma di artigianato anche quella), di nostalgia un po’ stupida per quando “si stava peggio” e la necessità aguzzava l’ingegno. Il modernissimo (ma con spirito antico) Wall-E infatti ci è sembrato un capolavoro, anche se era tutto ciò che Ponyo non voleva essere, col suo respiro quasi epico, le citazioni impegnative, la grammatica cinematografica raffinata, la storia importante anche dal punto di vista metaforico. Il fatto è che Ponyo farebbe ridere se raccontato con il linguaggio scelto dalla Pixar per Wall-E, che aveva bisogno di un realismo (visionario) convincente per esaltare il suo eroe chapliniano. Nel film di Miyazaki conta molto più la libertà del fare-disegnare che quella del riprodurre e re-inventare, vale l’intuizione più che l’organizzazione, la sua logica della meraviglia è concreta, magica ed emotiva, piuttosto che filosofica o dimostrativa. Chi ha una qualche dimestichezza con la matita sa quanto l’espressività del segno sia più importante della precisione, lasciando ampio spazio al sentimento, la personalità, l’arte del disegnatore, e alla fine ottenendo l’effetto di un’animazione vibrante, immediata, che non ha i caratteri allucinatori-iperrealisti del miglior digitale. Per non parlare dello spazio lasciato all’immaginazione di chi guarda, l’indefinito, e quel po’ di incompiutezza che è legato al lavoro artigianale.Tutto questo va ad esaltare lo specifico mondo immaginario di Miyazaki e il suo linguaggio, che mette insieme quel senso di sospensione, di “senza tempo”, così tipicamente orientale (come il senso pagano del sacro e l’apparente normalità dell’incredibile) e un gusto occidentale del pittoresco opportunamente trasfigurato (anche se stavolta hanno meno importanza le macchine retrò e le architetture chimeriche fatte di innesti e bizzarri miscugli), la grammatica del manga e il lirismo calligrafico, il peso delle cose (della realtà) e la loro trasfigurazione, ad esempio nella leggerezza del volo, che qui diventa liquida levità.

Per definire meglio Ponyo, risulta anche più efficace un confronto con gli altri mondi acquatici prodotti di recente dal cinema d’animazione. Shark Tale della Dreamworks, che continua a perseguire ossessivamente la via dell’imitazione ironica del reale, ne esce in tutta la sua povertà, camuffata sotto la scrittura brillante (ma perché? qual è lo specifico del cartoon?). L’ottimo Nemo della Pixar ne esce ridimensionato anche lui, per l’eccessiva preoccupazione realistica-virtuosistica, l’esibizione di bravura, e per la scorciatoia dell’antropomorfismo spicciolo. Nulla a che vedere con la libertà infantile quasi anarchica e strafottente di questo Miyazaki, che non dà spiegazioni e che si lascia andare, senza fare calcoli, all’ispirazione di un segno o un’immagine o una situazione.

In Ponyo non c’è una traduzione del mondo degli uomini in qualche forma animale, natura e civiltà sono inevitabilmente separati e in lotta (tema-cardine per Miyazaki), lo si indovina dalle parole ma lo si mostra soprattutto attraverso le immagini, come dovrebbe accadere sempre al cinema. Non ci sono troppe spiegazioni, se escludiamo la sequenza della pesca con la rete, che trascina con sé pesci, fondali e ogni tipo di immondizia. Sono cose che già tutti sappiamo e Ponyo non ha nulla da dimostrare, deve solo stimolare la fantasia e suggerire l’utopia. 

L’acqua è un luogo misterioso, in cui prolifera la vita, la ricchezza di forme e colori, in cui abitano spiriti e divinità. Il mondo di sopra invece è statico, abbarbicato su una montagna-isola, circondato dalla natura che sta per ribellarsi, eliminando quelle «creature stolte e deplorevoli» che sono gli uomini. Si trova un po’ di vita là dove stanno l’asilo e l’ospizio, dove convivono bambini e vecchi, quelli che sembrano avere il tempo e la voglia di pensare, giocare, contemplare, ricordare, immaginare.

Ma non staremo a fare l’esegesi di un film che non ne ha nessun bisogno, in cui sono fin troppo evidenti le semplificazioni e le scelte narrative lasciate irrisolte, per giocare su un altro livello comunicativo. Nel finale sembra addirittura che manchi un pezzo della storia, perché la prova a cui viene sottoposto Sosuke non ha la carica drammatica e simbolica che dovrebbe avere, e si fatica a sentire-capire per quale motivo non ci sia la prevista fine del mondo. Scelte, o se volete difetti, che fanno parte del gioco, dello specifico modo espressivo scelto in questo caso da Miyazaki. Così come ne fanno parte la mamma-pilota che guida come Lupin o la bambina-anfibia che corre, salta e urla come l’amico selvaggio di Conan (tanto per dire le prime due cose che ci saltano in mente), figli del fumetto-cartoon giapponese ed estranei alla logica mimetica dell’animazione occidentale.

Il cuore del film, ovviamente, sta tutto nell’incontro tra Sosuke e Ponyo (quante formidabili coppie-bambine nel cinema di Miyazaki!) e nella riflessione semplice sulla responsabilità e il “prendersi cura”(degli altri e del mondo in cui vivi). Ponyo che corre sulle onde, cavalcando la forza della natura, sarà difficile da dimenticare, come immagine di un sentimento impetuoso e invincibile. Alla fine, mondo degli uomini e mondo della natura si riconciliano, almeno per questa volta, e la Sirenetta di Andersen, da cui era partito il progetto, si rivela per quello che era: un utile pretesto, un’intuizione. Spicca invece la figura super-materna, archetipica, della Gran Mammare, divinità marina, simbolo dell’accoglienza e della comprensione, contrapposta ironicamente alla nevrotica rabbia del piccolo padre-stregone, che vorrebbe far rispettare la legge con tutti i mezzi e sogna la vendetta contro il maledetto mondo umano (peraltro gli uomini se ne stanno tutto il giorno al largo, su una nave, e hanno un rapporto superstizioso col sacro). Ma non ha fatto i conti con l’ostinazione dei bambini, la loro utopia genuina. Non c’è tsunami che tenga.

La felicità è un pesciolino dentro un secchiello che dice «A Ponyo piace Sosuke», mentre gli occhi di lui piangono per la gioia. Cosa volere di più dalla vita?

«I bambini conoscono i segreti del mondo, ma non sanno esprimerli a parole. Sono i padri e i nonni che li hanno dimenticati. Loro Ponyo lo capiranno solo se se ne ricorderanno». Quando Miyazaki descrive il suo Museo Ghibli (nella home-page del sito www.ghibli-museum.jp) dice: «Non è un museo pretenzioso o arrogante, un museo che tratta il suo contenuto come fosse più importante della gente». Leggete la parola “film” al posto di “museo” e avrete un ritratto puntuale del suo modo di intendere il cinema, che non è un mestiere o uno strumento per fare arte, è quella cosa che ogni volta abbandona – quante volte ha già detto «È il mio ultimo film»? – e poi ritrova per urgenza vera, voglia di fare, di giocare ancora. Aggiungete la parola leggerezza, e il quadro sarà completo. Leggerezza schietta ma a suo modo rigorosa, priva di retro-pensieri, che non è semplicemente e banalmente una fuga (un ristoro) dalla pesantezza del mondo, ma una sua riscrittura (rilettura). Leggerezza pagana, animista, antidogmatica. Quanto ne abbiamo bisogno!