La premessa è che i commercialisti, quelli veri, non c’entrano con questa rubrica, dedicata ai calcinacci che nella visione contemporanea dei film vengono sostituiti dai promettenti controsoffitti. Fin qui, in estrema sintesi, il riassunto delle puntate precedenti. Questa serve solo ad aggiungere, tardiva, la sedicesima regola del critico cinematografico, in coda alle quindici della penultima puntata dal titolo “Don’t Fight Club”. Grosso modo la regola sarebbe questa: “Evitare la concorrenza con i commercialisti”. La scelta quindi di intitolare questa puntata direttamente “Commercialisti”, senza neppure la briga dell’articolo, così per buttarle in pagina subito, riguarda categorie improprie di spettacolo cinematografico e di spettatori, quindi di eventuali, sopravvissuti critici e che contendono senza diritto o debito onorario il mestiere ai commercialisti di professione. I quali, come minimo, dovrebbero indispettirsi, far causa o vertenza. Oltretutto la gente di cinema ha già i propri commercialisti, non ha bisogno di tanta altra gente indiscreta a tenergli la contabilità e occuparsi della denuncia dei redditi.
Si è a lungo discusso, né si troverà mai la quadra, sui criteri oggettivi per la valutazione di un’opera che un tempo si sarebbe detta d’arte. Ognuno ne adopera di suoi e spesso i criteri si scontrano, quindi i giudizi, che sono poi la cosa più inutile al termine di una visione, se parliamo di quella cosa nota come cinema; a meno di non voler condividere il perverso piacere di parlare di cinema dopo aver visto un film, prima di entrare in sala, a tavola, tra amici o aspiranti tali o altro ancora per fare conversazione, cominciare ad a-socializzare, flirtare e così via. Se si escludono queste manie che in crescita da centotrent’anni accompagnano le abitudini spettatoriali, colte o di routine, l’argomento aritmetico degli incassi da computare giorno dopo giorno, a definire il valore corrente del film, è certamente un vantaggioso escamotage che sta totalizzando ogni argomentazione. Si può dire di tutto e il contrario di tutto, ma poi come un colpo di scure a dirimere la questione provvede l’esito commerciale. A quel punto, due sono i partiti, al netto delle sfumature intermedie, che Chomsky avrebbe definito “modelli di propaganda”: quelli che, con o senza reminiscenze francofortesi, si oppongono per capriccio e individualismo patologico alla volontà altrimenti indiscutibile del mercato, e gli altri che il mercato, non sia mai il contrario, assecondano perché, come si diceva in una precedente puntata, si corre possibilmente in soccorso dei vincitori, al botteghino, in mancanza di idee.
Gli uni come gli altri fanno i conti in tasca al film, e fanno i conti con questi conti come il cane o il gatto che cerca di addentarsi la coda. Mai come in quest’ultimo scorcio d’anno tutto si sta concentrando sull’aggiornamento degli incassi, come valore assoluto del discorso/pensiero cosiddetto. Nasce così una nuova tipologia: il “cinema commercialista”, che va ben oltre il cinema commerciale e comprende oramai il cinema interamente, senza diritto di replica. Cinema, o presunto tale perché comporta come requisito minimo indispensabile e praticato una proiezione su o da uno schermo rettangolare, indipendentemente dalle proporzioni o dal vantaggio di chi lo fruisce, volente o nolente, di volgersi all’occorrenza ad ammirare come in un film a inquadratura fissa e prolungata di Andy Warhol provvidenziali controsoffitti, quale esempio involontario di pop-art, opera autentica d’ingegno o di mestiere, coerente artigianato o industria.
L’invito a non fare quello che un tempo si rimproverava a chiunque avesse due mestieri, il proprio e quello di critico cinematografico (o in alternativa di commissario tecnico della nazionale di calcio), va ora rivolto proprio a chi recita il copione del critico, che però invade ingiustamente il campo dei commercialisti, non più il campo del cinema, cioè “cinema commercialista”, che come tale ha sempre ragione o le sue ragioni; cui accodarsi o meno, perché celebra in pubblico il suo “ben-avere”, non potendo più “ben-essere” cinema.