Una signora sinuosa e slanciata, fasciata in un lungo abito nero intorno al quale è avvolta una lucida sciarpa bianca. La signora allarga le braccia a sfiorare carezzevole la proboscide e le orecchie degli elefanti che le fanno corona: è Dovima con gli elefanti, abito di Dior e sciarpa di Saint Laurent. Forse la foto di moda più famosa del mondo e di sempre, apparsa sul numero di ottobre del 1955 sulla rivista «Harper’s Bazaar». Autore: l’uomo che a partire dal secondo dopoguerra e attraverso gli anni 50 e 60 del 900 cambiò totalmente la concezione della fotografia di moda e poi la dell’immagine pubblicitaria, mise movimento, salti, scarti, espressioni inaspettate, danze dove prima era tutto posa e immobilità. E contemporaneamente catturò l’essenza di personaggi celebri in ogni campo e di gente comune. Sempre in lotta con loro, e con se stesso.
Richard Avedon, non solo il fotografo del glamour al quale si sono poi ispirati tutti, ma anche il ritrattista che non faceva quasi mai sconti ai propri personaggi. Nato con la macchina fotografica nell’occhio dicono di lui due delle sue “modelle” eccellenti, Isabella Rossellini e Lauren Hutton, in agguato come un cacciatore in attesa dell’attimo giusto, capace di catturare momenti inaspettati, pause, disattenzioni, imprevisti, come quel seno di Lauren Hutton che sfugge fuori dalla maglia tra uno scatto e l’altro, e che invece Avedon ferma al volo, mentre Hutton sorride divertita. O come i duchi di Windsor, che non gli perdonarono mai di aver scelto, tra la miriade di foto in cui mantenevano il loro inossidabile aplomb mondano, proprio quella in cui appaiono vecchi, perplessi, disorientati; o Nancy Reagan furibonda perché, sotto il volto accuratamente stirato e truccato, appaiono in evidenza le mani inesorabilmente segnate dal tempo e non ritoccate da Avedon; o Marilyn Monroe, nel 1957 vera regina degli obiettivi, che dopo un’intera giornata di posa, di salti e danze, molla il controllo sulla propria immagine, per apparire con il suo vero volto, un po’ stanca, pensosa. O Chaplin che ride facendo spuntare sulla testa i propri indici come corna, poco prima di abbandonare per sempre gli States che lo trattavano da traditore; o Beckett enigmatico, Capote serafico, Kissinger che gli chiese, prima di cominciare, «Be kind to me».
Perché quello tra lui e i suoi soggetti era sempre un duello, dice uno dei tanti testimoni che si succedono nel documentario di Ron Howard, «e Dick vinceva sempre». E lui di se stesso, oltre a sottolineare di non aver mai seguito nessuna legge, nessuna regola, diceva «Sono aneddotico, sono istintivo, ma posso vedere come un figlio di puttana». Il documentario, commissionato dalla Richard Avedon Foundation, ricostruisce soprattutto il lavoro e la dimensione artistica del protagonista attraverso le sue foto, le sue interviste e le interviste a personaggi, amici, modelli, collaboratori, famigliari, in particolare il figlio John che senza acredine restituisce la figura di un padre per lo più assente. La vita personale è sottotraccia, nei ricordi e nelle foto di Avedon della sorella bellissima ma instabile, nel tardivo riavvicinamento con il padre molto malato, del quale le fotografie restituiscono il dolore e il decadimento. Sono soprattutto queste immagini, insieme a quelle dei suoi lavori con lo scrittore James Baldwin, a restituirci un Avedon lontano dal glamour, capace di guardare con occhio altrettanto acuto e pietoso un’altra realtà. Su tutte, le immagini di In the American West, il progetto di rappresentazione del vero West americano, al qual lavorò per quattro anni, la cui umanità diretta, precisa, stracciona o affaticata o combattiva ovviamente creò parecchio disagio in America: tutti soggetti lontanissimi da John Wayne o dal Marlboro Man, fissati anche loro contro lo sfondo bianco che Avedon prediligeva sempre per tutti i suoi personaggi perché, diceva, «Il bianco aiuta a separare il personaggio dal resto. Nel bianco sei solo».
E forse la relativa impersonalità del documentario di Ron Howard vuole riflettere proprio questo bianco, lasciar parlare solo i materiali. Avedon non è un documentario di regia; non ha impronte d’autore e nemmeno tenta interpretazioni particolari, scorre via trascinato dalla bellezza delle immagini che mostra. Ma non è nemmeno agiografico, proprio perché Richard Avedon, come non era accomodante con i propri soggetti, non era accondiscendente con se stesso.