Concorso

Minotaur di Andrej Zvjagintsev

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Quante volte l’abbiamo visto al cinema, a partire dalla famosa scena dell’omicidio della doccia di Janet Leigh in Psycho? Un assassino che dopo aver compito un delitto, tenta ossessivamente di nascondere le tracce del proprio crimine. È un po’ la scena cinematografica primaria di ogni tentativo di rimozione: cercare di disfare ciò che è stato fatto, e soprattutto di nascondere una verità che non si vorrebbe accettare. Naturalmente, la verità è destinata inevitabilmente a venir fuori e spesso finirà con il criminale che confesserà, pentendosi, di quello che ha fatto.

Questo al cinema però, non nella vita. Al cinema quando si trova una borsa piena di soldi che non stati guadagnati con il sudore del proprio lavoro, si finirà in disgrazia; quando si tenta di nascondere un crimine, si verrà inevitabilmente scoperti eccetera. Nella vita reale, ad esempio Russia di oggi – quella putiniana, militarizzata e fascistizzata dal conflitto in Ucraina – le cose possono andare in modo molto diverso. E non tanto perché le tracce non troveranno un Altro che andrà a scoprirle – perché evidentemente ci sarà – quanto perché basterà fare una telefonata nei posti giusti e avere qualche aggancio politico per far sì che tutto venga insabbiato e che la verità non venga mai fuori. Anche se è lì, sotto gli occhi di tutti. Un paese dove la verità viene rimossa in modo militare, prima ancora che psicoanalitico.

La Russia di oggi è infatti innanzitutto un regime della verità, della rimozione, di una corresponsabilità diffusa nei confronti di un falso che viene vissuto come vero. Galina, la moglie adultera del film che è sposata a un piccolo oligarca di provincia (il CEO di un’azienda di contractor militari, che manda le proprie forniture sul confine di guerra) vorrebbe infatti solo iniziare a vivere una vita autentica, mentre tutti attorno a lei sembrano recitare una sceneggiatura di convenienza (come si vede in una scena di una cena in un ristorante pretenzioso di provincia, dove si percepisce tutto lo squallore morale di questa borghesia russa che sta facendo i soldi con la guerra). E per questo inizierà una relazione adultera con un fotografo trentenne che però la desidera davvero per quello che è. Di fatto si annodano nel film tre crisi: quella famigliare, quella morale, e quella generate da un’economia di guerra dove un favore fatto o non fatto per le persone giuste può comportare un reclutamento al fronte o meno.

Zvjagintsev, che non faceva film da quasi dieci anni (il suo ultimo film Loveless, era stato presentato in concorso a Cannes nel 2017), ha abbondonato due diversi progetti (What Happened, che doveva essere il suo primo lungometraggio in lingua inglese, e poi Jupiter, la storia di un oligarca russo) ed è quasi morto dopo essere stato ricoverato per 11 mesi per via del Covid-19, prima di portare a termine questo Minotaur. Che nonostante sia stato progettato da un esule in Francia e sia stato girato per la gran parte a Riga in Lettonia, è evidentemente un grande atto di accusa su quella che è diventata Russia di oggi. Ed è impossibile parlare della Russia di oggi senza mettere a tema in qualche modo una guerra che soltanto a partire dall’invasione del 2022 (ma il conflitto del Donbass è iniziato molto prima) ha già fatto, secondo le stime più verosimili, attorno ai 900mila morti (per dare delle proporzioni: si tratta di 2-3 volte i morti di tutte le guerre balcaniche e almeno 6-7 volte i morti della guerra di Gaza).

Il film si chiude con un’immagine girata con un cellulare da un aereo da parte di un personaggio che per quasi tutto il film ha il ruolo dell’osservatore silente e annoiato: il figlio adolescente. Per tutta la durata del film egli guarda in modo distratto – con gli occhi sullo schermo di un cellulare o di un videogioco – la propria famiglia crollare e poi rinascere attraverso l’accettazione del falso. Ma poi, quasi verso la fine, si mette a guardare le nuove in cielo e a girare un video. Che cosa sono queste nuvole? Un segno del fatto che una certa verità indipendente dalle speculazioni politiche di regime è destinata prima o poi a rendersi visibile? O forse, il fatto che l’immagine venga ritoccata in bianco e nero è il segno che l’immagine che avremo della società russa sarà anche per il prossimo futuro quella fabbricata e santificata dal regime? O forse è solo l’allegoria di un orizzonte futuro che appare tutt’altro che roseo? È una domanda che inevitabilmente viene rimandata allo spettatore, in un film che nonostante la sua semplicità, rimane una tra le riflessioni politiche più belle e intelligente di questa edizione del festival.