Cannes Première

Visitation di Volker Schlöndorff

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Volker Schlöndorff – a quasi cinquant’anni dalla Palma d’oro per il Tamburo di latta – porta a Cannes un film di spettri che attraversa sessant’anni di storia tedesca come il romanzo di Jenny Erpenbeck da cui è tratto. Occorre non farsi scoraggiare dalla fotografia del prologo in bianco e nero, che riempie lo schermo di tutti i personaggi che poi si vedranno nel film, e lasciare al racconto il tempo di acquisire spessore, anche nelle immagini cui il digitale renderà progressivamente più giustizia che all’inizio. 

Ci sono tutti nel prologo, a invadere il terreno affacciato sul lago, non lontano da Berlino ma fuori dalla centralità della capitale, intorno al quale ruota il film. Una vera e propria invasione, o infestazione, a restituire l’idea di “visitazione” insieme sacra e malefica del titolo. Così inizia la storia di quel terreno isolato destinato, all’inizio del secolo, alla giovane figlia di un ricco contadino (la Klara del titolo francese) deciso però a metterlo in vendita per punire la ragazza rea di essersi fatta mettere incinta da un coetaneo spiantato; lì verranno poi edificate due case, una più grande, elegante e raffinata, come l’architetto che la disegna per andarci a vivere con la sua seconda moglie, e un’altra accanto più piccola, occupata di lì a poco dalla famiglia di un facoltoso industriale del tessile ebreo desideroso di avere un piccolo angolo tranquillo tutto per loro. Da qui prende forma il viaggio nel tempo che senza togliere mai lo sguardo dall’appezzamento di terra, usa le case e la loro trasformazione come riflesso del precipitare della Storia: l’arrivo del nazismo, l’Olocausto, l’occupazione sovietica della Germania Est e poi la fiducia trionfale e nel comunismo e il suo tramonto con la caduta del Muro.

Sono soprattutto le donne – e i bambini – ad abitare lo spazio e a strutturare il racconto. A partire da Klara, privata della propria eredità per aver ceduto al desiderio, fino alla moglie dell’architetto – una magnifica Susanne Wolff, che progressivamente incarna attraverso il suo stesso corpo la propria resistenza alla Storia – intenta a sopravvivere al crollo delle ambizioni e delle illusioni borghesi. E poi la piccola Doris Engel, destinata alla deportazione in Polonia; la determinata scrittrice comunista interpretata da Martina Gedeck, che, tornata dall’esilio sovietico, cerca ostinatamente di restare fedele a un ideale ormai prossimo a dissolversi; e infine la nipote combattiva che raccoglie il testimone e tenta di leggere il presente oltre le macerie delle ideologie.

La forza del film sta proprio nella sua capacità di raccontare la tragedia collettiva attraverso il microcosmo di questo piccolo terreno e le vite che il destino vi deposita. Il terreno e le case diventano infatti un archivio memoriale silenzioso che raccoglie le tracce della Storia attraverso le storie degli individui e le restituisce, sempre silenziosamente. Come con le lettere scritte dalla piccola Doris ai nonni inghiottiti dalla Shoah che improvvisamente si rivelano dietro uno sportellino aprendo le porte dell'abisso; o come il servizio buono della moglie dell’architetto messo al sicuro dalla furia distruttrice dei russi sul fondo del lago che riemerge dalle acque, o come, ancora, il doppio fondo dell’armadio che nasconde e protegge diventando protagonista in una delle scene più strazianti del film.

Solo una figura non cambia mai e non sembra attraversato dagli spettri delle Storia, forse fantasma lui stesso: è il giardiniere muto che non invecchia mai e continua a potare, scavare e lavorare la terra indipendentemente dai cambiamenti politici, dalle sparizioni, dai ritrovamenti, dai cambiamenti di epoca, di arredamento, di uso e di occupazione degli spazi; sembra essere lui l’unico vero testimone, incurante o resistente non è dato di sapere, che con il suo silenzio sopravvive alla possessione.