In un contesto contemporaneo in cui l’intelligenza artificiale è sempre più vicina a simulare il pensiero umano, pur rimanendo in parte un oggetto misterioso e indecifrabile, lavorare su immaginari di fantascienza che affrontano questi temi è particolarmente complesso. Da una parte, perché il rischio di trattare argomenti destinati a diventare rapidamente obsoleti è altissimo; dall’altra, perché la realtà, oggi, supera spesso l’immaginazione. La scelta di un autore radicato nel realismo umanista come Hirokazu Kore-eda di cimentarsi per la prima volta con la fantascienza in questo momento storico appare quindi al contempo curiosa e coraggiosa.
Il regista giapponese approccia il genere rimanendo ancorato al dramma e ai rapporti familiari, senza allontanarsi troppo dal proprio immaginario abituale. Il pretesto narrativo di Sheep in the Box è piuttosto semplice: in un futuro non troppo lontano, una coppia in lutto per la perdita del figlio decide di sostituirlo con un androide dalle sue stesse fattezze.

L’incipit richiama da vicino quello di A.I. - Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg, a sua volta basato su un progetto di Stanley Kubrick pensato come una rilettura moderna del mito di Pinocchio. Tuttavia, a differenza del film del 2001, in cui l’androide aspirava disperatamente a diventare umano, Kore-eda sceglie una direzione opposta. Qui non c’è alcuna ambizione da parte dell’intelligenza artificiale di sostituirsi all’uomo né di trovare il proprio senso all’interno di un nucleo familiare; di conseguenza, anche il rapporto tra i genitori e il nuovo membro sintetico della famiglia assume connotati profondamente diversi. Ma questo ragionamento non è chiaro fin da subito: durante la lunga fase iniziale del film, incentrata sul tema del corpo artificiale chiamato a colmare una perdita, Sheep in the Box rimane molto in superficie, sia nella descrizione del lato tecnologico dell’automa sia nel legame che si costruisce all’interno del nucleo familiare.
Il film fatica nella sua prima metà a esplorare davvero l’inserimento di un elemento alieno nella famiglia e si limita a riproporre dinamiche narrative già viste altrove in forme ben più incisive. Paradossalmente, l’aspetto familiare, da sempre il punto di forza del cinema di Kore-eda, attentissimo ai vuoti e ai pieni delle relazioni, è qui la componente più debole.

Poi, però, il film cambia radicalmente passo. Nella seconda metà emerge con più chiarezza l’intenzione del regista giapponese, interessato in questo caso a focalizzarsi non tanto sulle dinamiche familiari, quanto più su un’interessante relazione tra artificiale e naturale. Il film, come il suo protagonista sintetico, cerca il proprio senso nel provare a trovare una forma di integrazione non con le dinamiche sociali dell’uomo ma con la natura incontaminata.
Così, l’approccio quasi naïf con cui Kore-eda tratteggia gli aspetti tecnologici e l’inserimento degli androidi nella società gli consente di liberarsi dai vincoli più rigidi della fantascienza classica, mantenendo il racconto su un piano più universale. Proprio questa apparente superficialità iniziale permette alla seconda parte di sviluppare un discorso più libero, che privilegia la riflessione per certi aspetti inaspettata.
Se spesso la fantascienza (da Black Mirror in poi) ha adottato uno sguardo apocalittico e pessimista nei confronti della tecnologia, Sheep in the Box sceglie invece di evitare il catastrofismo, raccontando la via di un possibile legame inedito tra natura e corpo artificiale. È affascinante infatti osservare come un androide introdotto per ricordare e sopperire a un passato distrutto da un evento traumatico diventi, alla fine, lo slancio verso un futuro inatteso e positivo. Kore-eda si dimostra bravissimo nel raccogliere in modo organico gli elementi disseminati lungo il racconto, arrivando a un punto d'arrivo coerente e a un pensiero che si rivelano, infine, pienamente nelle sue corde.