Garance è un’attrice poco più che trentenne, piena di insicurezze ma intrisa di passione. Lavora in una compagnia affiatata, è benvoluta dai colleghi e stimata dal regista/impresario anche se la sua carriera sembra non decollare mai. Porta il nome di un fiore ma, soprattutto, quello del personaggio di Arletty nel capolavoro di Marcel Carnè Amanti perduti. Le delusioni sentimentali e le incertezze professionali sembrano scivolarle addosso ma in realtà la minano nel profondo. Per affrontarle alterna a una ribadita dedizione sul palco a una vita sempre più sregolata, fatta di notti di balli sfrenati e bevute senza controllo. Ed è proprio quell’abitudinarietà apparentemente ludica con l’alcol a mandarle, un passo – un bicchiere – alla volta, la vita a gambe all’aria. Neanche l’amore appassionato con una scenografa, Pauline, che sembra accoglierla senza giudicarla, riesce a scardinare l’attitudine al vizio. Neppure l’allontanamento doloroso dalla compagnia teatrale la spinge a posare il bicchiere. Fino a quando una visita medica le presenta il conto: il suo fegato sta cedendo, per sopravvivere può solo smettere.
Garance di Jeanne Herry – che ha iniziato la sua carriera cinematografica come attrice bambina in Milou a maggio di Louis Malle, dove interpretava la figlia di Miou-Miou, sua vera madre – è la storia di una caduta e di una risalita, del destino di perdersi e della voglia di ritrovarsi. Ma se la prima parte racconta, in maniera forse convenzionale ma credibile, la crisi di una giovane donna ancora in cerca di sicurezze, la seconda si trasforma presto in una prevedibile riscoperta della vita attraverso la disintossicazione. Il tutto piegando alle necessità didascaliche l’arco narrativo della protagonista che cambia di colpo il suo approccio all’esistenza trovando una fermezza repentina in contrasto con il modo in cui era stata costruita. Il dramma dell’alcolismo – che viene mostrato prima in sordina, poi esplicitamente, bicchiere dopo bicchiere dopo bicchiere – presentato come tunnel senza uscita, di colpo si affronta e si risolve, giusto con un sussulto appena accennato di un’astinenza, risolto con una pasticca e un abbraccio. Anche la storia d’amore tra Garance e Pauline – il loro colpo di fulmine passionale quanto improvviso – promette un’empatia sentimentale che resta monca: Pauline prima accetta la dipendenza della sua compagna apparentemente senza giudicare, poi sostiene il detox come una brava badante mostrando la funzione meccanica del proprio personaggio.
La sceneggiatura di Garance è vagamente manichea, a suo agio solo in alcune descrizioni di certi ambienti, urbani e umani. Anche il contesto teatrale e le notti brave parigine sono appena accennati con una messa in scena lieve ma non originale, fondamentalmente fiacca, dando al film il sapore di uno scolorito déjà vu. Il film si sostiene, per quel che riesce a fare, solo sulla presenza scenica e sulla carica emotiva di Adèle Exarchopoulos, magnifica come sempre, che riesce a trasmettere, con il poco che il suo personaggio le offre, una fragilità febbrile, un’esplosiva carica autodistruttiva, una naturalezza nella meccanica dei gesti del bevitore, un’empatia diffusa nei sorrisi – pochi – e nei tantissimi pianti. Le sequenze in cui è sul palcoscenico, attrice declassata ormai agli spettacoli destinati a un pubblico di bambini e ragazzi, e in cui ritrova l’entusiasmo ballando e cantando e guadagnando gli agognati applausi sono i pochi momenti in cui Garance si eleva dalla sua altrimenti diffusa medietà.