Se l'inizio di Ali & Ava ci portava nel mondo del dj di origine pakistane di Bradford, West Yorkshire, mostrandolo in una liberatoria danza sul tetto della sua auto in campagna, l’inizio di I See Buildings Fall Like Lightning, con cui Clio Barnard torna alla Quinzaine a cinque anni dal precedente, è di nuovo una travolgente immersione musicale nel mondo dei cinque protagonisti che con i bassi sembrano liberarsi dai patimenti del quotidiano anestetizzandosi, insieme all'alcol che scorre a fiumi e qualche occasionale striscia di coca.
Così, come fa sempre, la regista butta lo spettatore dentro alla vicenda, vicino, vicinissimo ai personaggi che arrivano dal romanzo di Keiran Goddard e hanno le facce di altrettanti attori giovani molto lanciati anche grazie alle serie. Sono cinque ragazzi della periferia di Birmingham, amici da sempre: Rian (Joe Cole) ha fatto i soldi con gli investimenti online e ora vive a Londra in un appartamento super fancy con una fidanzata super fancy; Connor (Daryl McCormack), che sta per diventare padre, ha per le mani un grande progetto finanziato dall’amico, la costruzione di uno stabile di lusso proprio là dove sorgevano due edifici simbolo della città fatti implodere per lasciare spazio alla gentrificazione; poi c’è Oli (Jay Lycurgo) che fa lo spacciatore e Patrick (Anthony Boyle), l’unico ad aver studiato anche se fa il rider, e Shiv (Lola Petticrew), sua moglie, con cui ha due figlie. Si sballano, si divertono, ridono, si vogliono un gran bene – e subito noi a loro – per reimmergersi la mattina dopo nelle difficoltà di una città che sembra dirgli da ogni angolo che per loro non c’è posto.
Come sempre Barnard filma la trasformazione urbana e sociale come un processo ambivalente che da una parte promette rinascita ma dall’altro ghettizza e riduce al silenzio quella che una volta era la working class e che si trova schiacciata dalla mancanza di prospettive. Senza mai percorrere la via del dramma sociale e rifuggendo accuratamente ogni venatura retorica, dietro al discorso economico lascia emergere lo sgomento e il disorientamento facendo di questo suo nuovo film un’elegia amara e dolcissima, disperata e vitale, capace di interrogare con quella grazia autoriale che si consolida film dopo film. Bastano dunque le relazioni a salvare dalla gentrificazione, dalla recessione, dalla speculazione, dal fallimento delle ambizioni? Il gruppo continua infatti ostinatamente a cercarsi, a bere insieme, a condividere ricordi e disfatte come se l’intimità potesse ancora opporsi alla brutalità del presente. Non tutti ce la fanno. Qualcuno trova finalmente un motivo per mettere in discussione le proprie scelte grazie a un cagnolino di cui occuparsi, qualcun altro prendendo le distanze da un successo effimero, qualcun altro ancora nel fornire gli strumenti per rilanciare con un nuovo significato le proprie azioni, qualcun altro invece soccombe.
È proprio questa oscillazione continua fra disperazione, malinconia e calore a rendere il film così umano e a confermare la capacità di Barnard di restituire il senso di esaurimento emotivo di una generazione che ha smesso di aspettarsi un futuro migliore senza però rinunciare del tutto all’idea di poter ancora sopravvivere insieme.