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La fascinazione dell'attore non è data solo dalla voce, dallo sguardo, dal fisico. La caratterizzazione mimica ha un'importanza fondamentale quanto trascurata. La coerenza dei gesti del personaggio nell'arco della storia è sempre necessaria per la credibilità. Spesso, anzi, la sottolineatura di un movimento certifica all'insieme dell'interpretazione coerenza e credibilità, oltre a naturalmente l'espressività. Come ad esempio la camminata, in qualche caso (come vedremo sotto) determinante per suscitare reazioni mirate.

Ecco 10 casi in cui una particolare “deambulazione” fa spettacolo, producendo riso, commozione o tensione. Anche se, a mo' di chiosa, qualche volta è proprio la dissimulazione ad essere il punto rimarchevole e autentico pezzo di bravura. Come è stato ad esempio il caso di Herbert Marshall, sublime commediante britannico (basti citare Venere bionda, Mancia competente, Piccole volpi) che non ha mai fatto capire al pubblico il fatto di avere una protesi al posto di un arto, amputatogli da soldato nella Grande Guerra!

Charlot soldato di Charles Chaplin (1918). Un capolavoro di comicità, forma e persino tempismo (mostrare la vita di trincea ancora in stato di guerra!). Ma cogliamo nelle scene dell'addestramento una gag significativa per il nostro discorso: il Vagabondo, in divisa, deve marciare con i commilitoni. Il problema è che i suoi piedi sono sempre strabicamente rivolti verso l'esterno (oltre alle scarpacce sempre troppo lunghe). Il sergente gli ordina allora di correggere la camminata, così poco marziale, ma è impossibile: per quanto si sforzi di mettere i piedi in parallelo, Charlot dopo tre passi li divaricherà nel suo buffo trottolante incedere. Le maschere immortali non si modificano!

Le vacanze del signor Hulot di Jacques Tati (1953). Se il Vagabondo di Chaplin era la maschera mimica degli anni della miseria e dell'emigrazione, il sublime signor Hulot è quella della modernizzazione della società e della nostalgia. Allampanato, con pipa qua e là sospesa tra le mascelle, trench corto e cappellino, un buffo fuori sincrono con il mondo che lo circonda. Con quella irresistibile camminata saltellante, gambalunga e corpo proteso in avanti, il personaggio creato da Jacques Tatischeff, in arte Tati, ci ha fatto ridere e deliziare con un corpus di capolavori di gag e artigianato: Le vacanze del signor Hulot, Mio zio, Play Time, Monsieur Hulot nel caos del traffico.

Totò a colori di Steno (1952). Il primo film italiano a colori riunisce alcuni sketches di Totò con il flebile (e delizioso) pretesto del maestro di musica Antonio Scannagatti da Caianiello alla volta di Milano, presso l'editore Tiscordi, a portare i suoi spartiti. In vacanza con alcuni giovinotti snob dell'Italia bene (tra cui una Franca Valeri che parla con una “erre” arrotatissima), il conoscente Poldo di Roccasarata (Galeazzo Benti) lo presenta come Cicoria Pupetto di Chans Elise, fatuissimo loro consimile di tic e pose. E qui si esibirà in quella irresistibile camminata ciondolante lungo una linea retta. Più avanti lo vedremo nelle sua entusiasmante parodia marionettistica di Pinocchio. Magistrale.

Il seduttore di Franco Rossi (1954). Alberto Sordi in vacanza fa culto a parte, con movenze tanto parodistiche quanto “critiche”. Basti pensare a quando piroetta la gamba zoppa su sé stessa in Brevi amori a Palma di Maiorca (1959) di Giorgio Bianchi o quando chino e ossequioso traccheggia tra borghesoni e aristocratici in Vacanze di inverno (1959) di Camillo Mastrocinque. Lo abbiamo scelto nella commedia tratta da Diego Fabbri, tra i suoi primi successi, quando sfoggia verve e infantiloide virilità sgambettando sulla spiaggia a zampe ritte e tutto petto, cercando di attirare gli sguardi delle bagnanti, sotto lo sguardo rassegnato della consorte in sdraio (Lea Padovani).

Un uomo tranquillo di John Ford (1952). Tanti divi avevano l'andatura personalizzata come “marchio di fabbrica”, ma quella di John Wayne era unica, dominante come l'America. In apparenza indolente, con il bacino che trascinava le gambe quercia da ex atleta (di football), indimenticabile. Come quando nell'elegia del ritorno in patria tutta fordiana, l'ex pugile Sean Thornton decide che se vuole conquistare l'indomabile Mary Kate dovrà scazzottarsi con il rozzo fratello Will in uno scontro leggendario. Lo vediamo salire per la strada, a cadenza di marcia e di festa irlandese, seguito da tutta l'eccitata Innisfree che da sempre sapeva che è quello che sarebbe accaduto.

Docteur Petiot di Christian de Chalonge (1990). Tratto da una storia vera, trucida e lurida. Il dottor Marcel Petiot durante la guerra, fingendo di aiutare gli ebrei a scappare, li ammazzava per poi depredarli. Soprannominato Dottor Satana, finì ghigliottinato nel 1946. La solida ricostruzione di quegli orribili fatti è esaltata dall'interpretazione di Michel Serrault (premiato a EuropaCinema) che, sguardo fosco e camminata accelerata a passettini, spiccia e frettolosa, da burocrate arrogantello che non “deve” essere disturbato, rende clamorosamente satanica. Un “perfetto” viscido piccolo borghese (con moglie e figlio) a cui la disperazione del tempo consente di assurgere a mostro depravato e sussiegoso.

Il testamento del mostro di Jean Renoir (1959). Due giganti per il piccolo schermo, una tantum non così piccolo. Da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (di Stevenson), un noir per la tv che il “patron” del cinema francese costruisce per un altro titano dello spettacolo (internazionale), Jean-Louis Barrault. Attore e regista, nonché mimo ai massimi livelli (rivederlo in Amanti perduti di Carnè è sempre una magia), quando ballonzola sghembo e torvo nei panni dell'imbarazzante cattivo Opale (tanto quanto è misurato e altero in quelli del sussiegoso professor Cordelier) realizza una performance “a parte”, momento topico di un esperimento d'antan.

La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone di Pupi Avati (1975). Al terzo tiro Pupi Avati fa centro. Mettendo al servizio la sua ancor giovane esperienza di sacrestie e cattocattiverie a un sugoso, anticlericale maestro del comico grottesco. Una caduta da un fico (sacro e “inventato” da Carlo Rambaldi) ha stroncato la carriera sportiva del baroncino Anteo. Soprannominato “gambina maledetta” (e la sua camminata da sciancato è “spettacolare”) cova per anni l'odio per l'albero e quando diventa finalmente erede e proprietario prova ad abbatterlo. Un teatrino di malizie e carognate, tra zie avide e un ribaldo magnaccia (Paolo Villaggio).

Frankenstein di James Whale (1931). Le biografie dichiarano l'altezza di Boris Karloff (1887-1969) essere di un metro e 80. Decisamente più alto della media, senonché nel capolavoro di James Whale (da una versione teatrale del racconto di Mary Shelley) appare decisamente gigantesco. La sua figura incombe nel pregevole bianco e nero espressionista di Arthur Edeson, magari inquadrata dal basso, come un mostro cui non si può sfuggire, con la sua andatura rigida, pesante, a volte robotica, ma ininterrotta. Si impadronirà dell'immaginario del cinema, “creatura” indimenticabile, leggendaria, senza nome, che finirà addirittura con l'essere chiamata come il suo creatore.

Un uomo da marciapiede di John Schlesinger (1969). Partito dalla provincia per fare il gigolò, si abbruttisce via via lungo la strada della prostituzione maschile. Unico squarcio di speranza e poesia: Rico, uno zoppo italo-americano che vive di espedienti. Uno dei film cardine della New Hollywood, realista e amaro (da un libro di James Leo Herlihy) e trampolino internazionale definitivo per Dustin Hoffman immedesimatosi in un randagio, tubercolotico, storpio, sin quasi a sfiorare l'Oscar. La sua camminata da aquilotto zoppo a fianco del prestante cowboy Jon Voight resta impressa. La ottenne mettendo dei ciotoli nella scarpa destra: “i sassi ti fanno zoppicare e non devi pensarci”.