Concorso

No Other Choice di Park Chan-wook

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Il limite del cinema di Park Chan-wook è il suo eccesso – di scrittura, messinscena, incastri, sovrapposizioni, opposizioni – e di conseguenza la sua meccanicità, il passo rigoroso e insieme caotico con cui le trame dei suoi film, più che svolgersi, procedono per accumulo, incastro dopo incastro, mattone su mattone.

In No Other Choice, storia del padre di famiglia Mi-sun, operaio specializzato nella produzione di carta che dopo 25 anni di servizio viene licenziato e improvvisamente si vede crollare il mondo addosso, la ricerca di un nuovo impiego, dopo mesi di colloqui infruttuosi e umilianti, procede come una lista di persone da eliminare, dunque come passaggi narrativi posti come obiettivi e da rispettare.

L’idea viene da Il cacciatore di teste di Costa Gavras (e qui la moglie e la figlia del regista greco figurano fra le produttrici) e prevedibilmente Park la trasforma in una commedia nera assurda e insieme lucida, cadenzata e caotica, artificiosa (gratuita, ipertrofica, pacchiana) e intuitiva, con lettura politica alla Parasite, meno cattiva, forse, ma in conclusione più lucida.

Come il suo protagonista, che per accedere a un colloquio prestigioso progetta di far fuori gli altri operai specializzati nella carta e si trova nella scomoda posizione di ucciderli e cancellarne le tracce, Park Chan-wook, nella sceneggiatura scritta con Lee Kyoung-mi, Jahye Lee e Don McKellar costruisce, anticipa, esegue, sbaglia, ripete, modifica, cambia punto di vista (non solo di Mi-sun, ma anche della moglie, dei due figli, delle vittime, dei detective che indagano), duplica i personaggi e li fa confondere l'uno con l'altro, e poi fa altrettanto con la regia, che gioca con le posizioni della macchina da presa (dall’alto, dal basso, a terra e pure sotto) e con i contrasti tra luce e buio (la luce è abbaglio, l’oscurità salvezza), e naturalmente anche con la musica, le sovrimpressioni, le dissolvenze, il pulp e il comico, per trasmettere alla sua maniera che da un bel pezzo ha superato a sinistra la giusta misura del cinema un costante senso di dubbio, frenesia, confusione, incertezza, ma anche di messinscena, falsificazione, contraffazione (gente in costume, pistole finte, finti criminali, finti annunci di lavoro)…

Al cuore di No Other Choice, dopotutto, come dice il sistema del lavoro capitalista che prima licenzia e poi convince della possibilità di trovare un altro posto, c’è la necessità di trovare nuove forme di creatività, nuovi linguaggi, in un mondo in cui tutto in qualche modo capiscono di essere arrivata a un livello di saturazione collettivo (e per questo cambiare vita significa soprattutto imparare a rinunciare – a Netflix, al corso di ballo, agli alberi da curare…). Se però la figlia bambina del protagonista, genio del violoncello e pressoché muta, non conosce la propria, di lingua, e ne inventa una per scrivere e comporre musica, quella usata per farsi strada da Mi-sun porta al paradosso di un nuovo sistema, sì, ma peggio di quello precedente, per quanto più produttivo e meno dispendioso: un mondo al buio («l'AI dopotutto non ha bisogno di luce per lavorare») in cui le macchine si prendono tutto e di uomini ne restano pochi e alla lung probabilmente nessuno. E pure la carta, un tempo prodotto artigianale come il cinema, la crea qualcun altro.