È possibile scendere dalla giostra della spirale capitalista, decidere di lasciare il lavoro, la casa, l’ambizione del “lavoro pagato bene” e rimanere comunque a Parigi e così riconquistare il proprio tempo?
È quello che cerca di fare Simon, il protagonista interpretato da Bastien Bouillon dell’ultimo film di Valérie Donzelli (tratto dall’omonimo libro di Frank Coutrès), ex fotografo che ha abbandonato la professione all’apice del successo per dedicarsi alla scrittura e dopo poco scoprire, oltre al successo critico dei suoi romanzi, la povertà.
Il film si apre con la geometria di una carta da parati distrutta dai colpi delle mazze dei muratori. Allo stesso modo, la vita del protagonista, accordata ai principi del prestigio lavorativo e del successo sociale, viene buttata giù da un impeto viscerale: seguire la propria vocazione, dedicarsi pienamente alla scrittura. Le conseguenze sono devastanti: il trasloco per potersi permettere un affitto più abbordabile, l'impossibilità di vedere i propri figli partiti per la Canada dopo il divorzio dalla moglie (interpretata dalla stessa Donzelli) e una indeterminatezza sociale che accompagna la perdita di un impiego chiaro. La sfida più grande è trovare un lavoro capace di non sottrarre tempo e ulteriori costrizioni alla fatica della scrittura, un lavoro flessibile e rapido, con commissioni che vengono proposte in qualsiasi momento del giorno e della notte e che richiedono un tempo di svolgimento piuttosto breve.
Il film parla della povertà, non di quella esotica dei paesi lontani, ma di quella di prossimità, nella quale si può cadere facilmente, in un sistema in cui la vulnerabilità economica è costitutiva del sistema sociale. Una povertà tanto più inaccettabile perché decisa, scelta, accolta come inevitabile conseguenza e prezzo dell'abbandono di un'identità di lavoratore di successo e consumatore. La perseveranza di Simon si scontra con l'incomprensione: le persone si trovano a disagio di fronte alla sua scelta, non sanno bene come collocare qualcuno che volontariamente ha deciso di non scegliere il riconoscimento e il prestigio sociale, abbandonare tutto per una versione più aderente alla sua autenticità.
Simon trova come soluzione un'app che offre lavori da tuttofare in cui vince chi si offre al ribasso. Una nuova vita che impara sbagliando, fallendo e rimodulando le proprie competenze (e la propria cassetta degli attrezzi). Una nuova forma di patronato che gestisce l’accesso al lavoro, più che il lavoro in sé: non c’è più lavoratore e datore di lavoro, ma un algoritmo che rende impossibile sia una intermediazione fra prestatario e prestazione, sia una minima solidarietà tra pari. Le persone si trovano davanti a degli algoritmi che valorizzano le recensioni dei clienti e la facilità con cui il lavoratore si assoggetta alle richieste, risponde in fretta alle proposte. È la violenza della rivoluzione numerica: la messa all’asta del valore del lavoro al ribasso, con i lavoratori in competizione tra loro per diminuire il compenso.
Il film si regge tutto sulla prova di Bouillon, insieme alla Donzelli fin dai suoi primi lunghi, che con una recitazione controllata rivela la sua intimità e quella delle persone che incontra per un attimo soltanto: mentre nelle loro case togli piante dai vasi, smonta un soppalco, sposta un armadio, taglia l’erba. Lo spettatore stesso entra con lui nelle abitazioni, facendosi invisibile, discreto, senza giudizio.
À pied d'œuvre ha una regia chiara, una sceneggiatura equilibrat, una scrittura limpida e interpretazioni forti. È politico e insieme sociale, parla della nostra società, del problema di come i lavoratori del comparto culturale riescono a guadagnarsi da vivere anche una volta ottenuta la notorietà. Il suo protagonista Simon è un personaggio radicale nella sua determinazione, fortunato abbastanza da capire veramente ciò che vuole.