Il titolo del nuovo film di Yorgos Lanthimos, Bugonia, deriva da un termine antico di origine greca e si riferisce a una credenza secondo cui le api nascevano spontaneamente dalla carcassa di un bue morto. Una delle descrizioni più celebri di questo rituale si trova in un episodio nelle Georgiche di Virgilio, dove un immenso sciame di api emerge dal corpo in putrefazione dell’animale.
In questo caso, però, ci troviamo nell’America post-pandemica, dove un apicoltore fedele alle teorie del complotto (interpretato da Jesse Plemons) è convinto che la sua comunità e le sue api siano vittime del piano diabolico di un’azienda farmaceutica. Con l’aiuto del cugino, decide così di rapire la potente amministratrice delegata della compagnia, persuaso che sia un’aliena intenzionata a distruggere il pianeta Terra. Gli basterà estirpare questo presunto male per vedere rinascere le sue api?
Come sempre per Lanthimos il cinema è un modo per raccontare dinamiche di potere, rapporti di sottomissione, manipolazioni e giochi al massacro senza prigionieri. Forse mai come in Bugonia questa lotta appare immediatamente impari e sbilanciata. La storia la seguiamo dal punto di vista dei rapitori, due bifolchi che il regista ridicolizza fin dall’inizio: non esiste alcun presupposto per empatizzare con loro, né tantomeno con la loro battaglia. Sono semplicemente due complottisti ignoranti senza via di scampo, che Lanthimos osserva come cavie per testare i limiti della loro follia.
Sul versante opposto c’è invece il personaggio interpretato da Emma Stone: un’imprenditrice ricchissima, brillante e determinata, che una volta rapita dimostra di poter sovrastare intellettualmente i suoi rapitori. Una figura di potere dai contorni ambigui, su cui la regia sorvola sempre con leggerezza perché è con lei, con il potere, che lo spettatore deve stare.
Ed è proprio a partire da questa dinamica che s’innesta la tipica ambiguità di Lanthimos. Lo spettatore viene chiamato a parteggiare per il più forte, a godere della posizione privilegiata di chi osserva da fuori, a giudicare senza pietà. La stessa posizione, del resto, da cui il regista si diverte a muovere i fili come un burattinaio e a riprodurre la dinamica tipica della sua filmografia, da Il sacrificio del cervo sacro a La favorita: la costruzione di mondi chiusi, morali ambigue, in cui il piacere del racconto nasce dal conflitto e dalla distruzione reciproca.
In questo senso Bugonia è uno dei suoi film più teorici, perché colloca lo spettatore dentro questa stessa dinamica di prevaricazione. D’altronde guardare equivale a giudicare, a godere del privilegio di chi osserva dall’esterno.
Quella di Lanthimos è ancora una volta un’idea di cinema che non si fa scrupoli morali, e anzi alimenta lo stesso disagio che genera. E nel momento in cui, senza fare troppi spoiler, anche le immagini diventano ambigue e raffigurano in modo letterale la paranoia e le ossessioni collettive, la posizione dello spettatore si fa ancora più scomoda.
Come se non fossero più delle api a nascere dal cadavere di un animale, ma nuovi mostri generati dalla deriva culturale e ideologica della nostra contemporaneità.