L'exploit con tanto di Leone d'oro di Sacro Gra a Venezia 2013, cui ha fatto seguito nel 2016 l'Orso d'Oro berlinese di Fuocoammare, ha lanciato anche internazionalmente il nome e il cinema di Gianfranco Rosi. Questo peraltro non ha influito molto sul suo approccio artistico e sulla sua visione di una realtà insolita, ripulita, formalmente elegante, di documentario incrostato di fiction. Cinema d'arte e poesia, a definirlo genericamente.
Se il primo aveva inquadrato e raccontato Roma tangenzialmente (alla lettera), qui riprende lo schema ideale trattando Napoli, in un prezioso bianco e nero (il colore dell'immaginazione!) e tanti filtri a trasfigurare quello cui noi magari daremmo uno sguardo quasi disattento. Ha detto il cineasta: “la sfida del racconto è assecondare l’inquadratura, mentre le storie prendono vita. Il tempo del film è la fiducia di quell’incontro. Ho girato in bianco e nero, ho guardato in bianco e nero”.
Si apre tra le nuvole e con una frase di Jean Cocteau “Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo”. Poi prende alcune situazioni scelte e le alterna lungo tutto il film. Le riprese in cineteca sul Vesuvio ci introducono Pompei, ovvero la precarietà dell'esserci e anche il lavoro di tecnici e fotografi che, tra magnifici reperti accatastati e la catalogazione, riflettono sulla stratificazione del tempo a Napoli (“Da qui entriamo nell'eternità”), mentre un team giapponese dell'Università di Tokyo sta riportando alla luce da decenni vestigia e resti di viventi dalla Villa Augusta.
La commistione tra passato e presente è ulteriormente sottolineata dal reportage di Procuratore e polizia tra i tunnel dei tombaroli che, anche spericolatamente, tra angusti cunicoli (un lavoro da termiti o per topi) hanno svuotato le interiora di abitazioni romane di sculture, vasi, affreschi, per lo scoramento delle autorità civili.
In compenso, se la storia stratifica e rigetta in un accumulo indistricabile, il presente appare meno stabile. Rosi filma infatti l'ininterrotta attività del centralino dei vigili del fuoco mentre viene “assediato” da mille richieste, alcune buffe altre decisamente drammatiche, viste le continue scosse che continuano a seminare allarme tra la popolazione, con i Campi Flegrei inquadrati e che si fanno minacciosi. Qui a volte le comunicazioni radio magari concitate didascalizzano per contrasto riprese assolutamente fisse su panorami quasi immobile. La precarietà e l'angoscia poi incombono su marinai siriani che fanno la spola tra l'Ucraina (e i bombardamenti) e il porto di Napoli a scaricare tonnellate di grano.
Il cinema di Rosi è splendidamente ricco di facce di varia e vissuta umanità, ma tra tanti anonimi, conosciamo qui l'encomiabile attività del signor Titti, che nel retrobottega del suo negozio di antiquariato-rigatteria intrattiene, con infinita pazienza e punte di ironia, una sorta di dopo scuola per gli scolari (quelli disagiati) del quartiere.
Questi sono i nuclei, almeno quelli più narrativamente significativi, di un film che sostanzialmente non si discosta dallo stile e dalla vis poetica dell'autore. Un cinema che cerca una via inconsueta alla bellezza, mescolando immagini trovate dalla quotidianità a morbidi cortocircuiti con la fiction. Qualche volta la trova e sono momenti di sicuro impatto emotivo. Certo poco aggiunge di nuovo a un percorso filmografico che pare restio a ogni forma di evoluzione/trasformazione della propria prassi artistica.