Concorso

Un peau avant minuit di Nicolas Pariser

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Un peau avant minuit è il film che nessuno aveva mai fatto sulla generazione che ha vissuto in prima persona la progressiva svalutazione del lavoro intellettuale dalla fine degli anni ’90 in poi. Una generazione che oggi ha cinquant’anni o poco meno, come il regista Nicolas Pariser (classe 1974) e come il protagonista del film Léo, interpretato da Melville Poupaud, che in questo Grande freddo senza nulla da rimpiangere e nulla da condividere si ritrova immerso in un appiccicoso senso di fallimento complessivo.

Il fulcro del racconto è Parigi – e dove, se no? – ma le propaggini a Nancy, dove Léo vive con la compagna musicista e insegna saltuariamente corsi d’editori, e Ferrara, dove ha una parte della famiglia, raccontano di una dispersione tanto lavorativa quanto identitaria; una progressiva deriva dal centro del potere che è già di per sé un bilancio.

Figlio di un ebreo italiano morto da poco e mai conosciuto, all’inizio del film Léo – ex giornalista che a inizio millennio ha fondato con alcuni amici un giornale presto fallito – torna una notte nella capitale per imbarcarsi l’indomani verso Italia e lì assistere alla lettura del testamento del padre. Un inconveniente lo costringe a restare in città per qualche giorno, e senza nulla da fare a parte rimuginare sui fallimenti sentimentali e professionali Léo decide di incontrare la figlia diciannovenne (Clara Pacini) con la quale ha da poco ripreso i rapporti e i vecchi colleghi del giornale nel frattempo invecchiati come lui. Nelle lunghe camminate coi suoi saltuari interlocutori, mentre tutt’attorno Parigi è in fiamme, travolta da uno stato di polizia per gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti d’estrema sinistra (tra cui la stessa figlia di Léo), il protagonista viene immancabilmente incalzato, aggredito, talvolta ridicolizzato e messo di fronte alle sue responsabilità.

Tutte le donne che incontra, sia l’ex stagista (Anaïs Demoustier) con cui ebbe una breve relazione e nel frattempo diventata leader di ciò che resta del Partito Socialista francese, sia la moglie avvocato di un amico (Léonie Simaga) con cui finisce per andare a letto, lo accusano d’aver fatto parte di una generazione di maschi predatori («l’Orda», li chiamavano in redazione), addolciti però dai loro sogni romantici. Dei vecchi colleghi di un tempo, invece, esperti come Léo di letteratura, musica, cinema, qualcuno è fallito come lui, qualcun altro ha riversato l’oltranzismo culturale nella religione (come l’ex cinefilo diventato ebreo ortodosso, interpretato dallo stesso Pariser) e qualcun altro ancora è semplicemente diventato più ricco, più stronzo e più indaffarato: uno di loro (Micha Lescot), proprietario di giornali e case di produzione, sta anche girando una serie vintage sugli anni non così mitologici del giornale. C’è anche una musa nella vita di Léo, l’unica donna che ha veramente amato, l’unica che nel giornale godeva del medesimo rispetto dei maschi, ma l’incontro con lei (Golshifteh Farahani) è un meraviglioso e cupissimo momento anti-drammatico, che Pariser prepara a lungo e poi scioglie come tutto il resto nell’estenuante accadere della vita, mentre la tensione politica di una Francia sull’orlo della guerra civile coinvolge i personaggi più adulti senza sfiorarli.

Niente di concreto, insomma, è restato, in Un peau avant minuit, del mondo intellettuale che ha vissuto l’ultimo bagliore del giornalismo cartaceo prima dell’arrivo di internet. Ripensando a quel mondo con lucidità e autocritica al limite dell’autoflagellazione eccessiva, Pariser non vi vede nulla, se non velleitarismo e una lontananza da declinare al passato, senza un presente a cui aggrapparsi. Osservati tanto da una prospettiva maschile colpevolizzante e colpevolizzata, quanto da una femminile forte della propria ragione (ma ugualmente interessata, disillusa, fallita), gli anni Duemila appaiono come una terra di nessuno conquistata senza che nessuno se ne accorgesse; la democrazia in pericolo (nel corso del film il presidente francese assume poteri speciali per contrastare i manifestanti) è diventata una forma irrappresentabile di vita civile. Viene in mente La notte di Antonioni, l’intellettuale milanese che durante la festa finale cita Musil («La democrazia, in parole semplici, significa “fai quello che accade”») e lo scrittore interpretato da Mastroianni che reagisce rabbioso: «Queste parole sono di uno scrittore che amo, ma dette qui fanno orrore. […] Questo signore le ha dette con compiacimento, l’autore invece con disperazione».

Lo dice in fondo l’avvocatessa amica di Léo, uno dei personaggi più belli del film, quando ricostruendo i comportamenti osceni degli uomini nelle feste di redazione del giornale, tra lo spirito predatorio del maschio e l’accettazione dell’esistenta da parte di giovani donne ambiziose, riconosce che la cosa abbia danneggiato tutti e tutte, finendo per disperdere il desiderio di amarsi.

Fatto di camminate, di parole, di dialoghi complessi e avvolgenti, di politica delle idee e di possibili scenari distopici (incredibile, comunque, come anche un lavoro interessato al presente come questo finisca in realtà per sfuggirvi, ipotizzando derive autoritarie per il momento solo paventate), Un peau avant minuit rifugge il climax drammatico come del resto ogni incontro di Léo rifugge la pietà, o la comprensione, nei suoi confronti.

Più che non fare sconti a sé stesso e alla sua generazione, Pariser non cerca scuse, insegue la complessità a costo di costringere lo spettatore a giudicare i personaggi da parole o azioni anche minime. In qualche modo, è il solo regista di questi due decenni capace di riprendere ciò che a fine anni ’90  facevano Assayas o Desplechin (in Fin août, début septembre o Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle)), raccontando il mondo intellettuale di chi vive delle proprie passioni, ma senza modelli nobili da inseguire (la nouvelle vague, ad esempio) e anno dopo anno sempre più messo da parte.

Oggi Pariser non può parlare al presente e nemmeno ripensare unicamente al passato (del resto, nessuno vuole sentire i bilanci esistenziali di Léo...). Se perciò il suo film emotivamente devastante riesce comunque a smarcarsi da una prospettiva puramente autocommiserativa, è perché al suo interno i cinquantenni sono incalzati da entrambi i lati del tempo: dalla generazione dei ventenni come la figlia di Léo, che tornano a combattere, protestare, farsi sentire (e il mondo dovrebbe essere loro, come suggerisce il primo piano finale, al netto di un assolutismo etico di cui Pariser non esita però a sottolineare i limiti) da quella dei padri e delle madri, che hanno ugualmente idealizzato l’amore e dietro di sé hanno lasciato debiti e violenze (come sottolinea l'ultimo dialogo con la sorella mai incontrata prima, interpretata da Chiara Mastroianni), ma che il sentimento del tempo ha già consegnato al mondo dei ricordi, delle lettere, dei rimpianti (e com’è meravigliosamente alleniano, Pariser, quando si lascia andare alla semplicità di una voce che legge…).

Per chi sta in mezzo, dunque, arrivati alle soglie della notte, è già il momento di togliersi dalla contesa o c'è ancora modo di cambiare?