Al centro di Primetime, opera prima del regista di videoclip Lance Oppenheim, c’è Chris Hansen (interpretato da Robert Pattinson), il conduttore televisivo che all’inizio degli anni Duemila fondò e rese celebre To Catch a Predator, programma dell’americana NBC che si proponeva di riscrivere la storia della televisione. Il concept vedeva una squadra di giornalisti e collaboratori chattare con potenziali predatori sessuali per poi attirarli in una casa e smascherarli davanti alle telecamere. Un dispositivo televisivo estremamente semplice, diretto e sensazionalista, che prendeva qualcosa di potenzialmente orribile per spettacolarizzarlo e trasformarlo in intrattenimento.
Quello di Primetime è quindi un punto di partenza che contiene già al suo interno una contraddizione fondamentale: la volontà di esporre e punire qualcosa di profondamente disturbante si accompagna immediatamente alla necessità di trasformarlo in un prodotto capace di attirare il pubblico televisivo della prima serata. Da un punto di vista estetico, il film ricalca le immagini degli inizi degli anni Duemila, ricostruendo quella patina visiva offuscata, a bassa definizione, slabbrata, che negli ultimi anni è tornata a essere molto presente e che si lega alla riscoperta di un certo fascino vintage fatto di oggetti, superfici e immagini. È una forma visiva molto precisa e insistita, accompagnata a livello narrativo da toni che partono dal thriller per sfociare progressivamente nell’horror e che rappresenta sicuramente l’elemento più accattivante e riuscito dell’intera operazione.
Narrativamente, Primetime si presenta come un film sulla nascita dell’intrattenimento più becero e morboso, ma vuole essere a sua volta ossessivo nei confronti dei propri personaggi, seguendoli in maniera sfacciata per tirarne fuori un lato oscuro. Il film guarda ai propri protagonisti quasi nello stesso modo in cui questi guardano i pedofili da smascherare: li osserva, li mette sotto una lente, cerca di trasformare la loro ambiguità in spettacolo, ma non sempre riesce a ricavare da questa operazione qualcosa di davvero significativo o particolarmente interessante.
Oppenheim si affida a molteplici traiettorie che spostano continuamente l’attenzione da un personaggio all'altro, aprendo ripetutamente nuove possibilità e introducendo nuovi elementi, ma facendo a conti fatti fatica a stabilire fino in fondo quale sia il centro del proprio discorso.
I personaggi che Primetime segue sono mossi dallo stesso desiderio di apparire, ottenere attenzione e raggiungere ciò che vogliono attraverso una performance. Ognuno è ossessionato dal proprio ruolo all’interno della storia e dalla possibilità di interpretarlo nel modo più efficace possibile, cercando di ottenere il massimo dalla posizione che occupa e dall’immagine che riesce a costruire di sé. Non soltanto davanti alle telecamere, quindi, ma anche nei rapporti con gli altri, nella costruzione della propria identità e nel perseguimento dei propri obiettivi, l’apparenza diventa una forma di recitazione continua.
È forse qui che contenuto e forma di Primetime si incontrano nel modo più evidente: un film così profondamente incentrato sull’apparire e sulla performance finisce inevitabilmente per essere, a sua volta, un film soprattutto di forma. La performance diventa il motore del progetto, tanto per i personaggi quanto per il film stesso, che costruisce attorno a questa idea la propria estetica, il proprio stile e il proprio modo di raccontare. La forma non è quindi soltanto il modo attraverso cui la storia viene raccontata, ma diventa quasi il cuore stesso della storia.
Ed è in questo senso che Primetime finisce per mostrare il suo limite più evidente: è un film così fortemente sbilanciato sulla forma da non riuscire a essere altrettanto incisivo quando si tratta di dare sostanza alle proprie immagini. La superficie è spesso intrigante, il linguaggio visivo è preciso, ma sotto quella superficie sembra esserci molto meno di quanto il film lasci intendere. Le intuizioni ci sono, così come gli spunti sulla televisione, sull’apparire e sulla spettacolarizzazione del male, ma raramente vengono sviluppati fino a trasformarsi in un pensiero davvero incisivo.
Esattamente come il programma televisivo di cui vorrebbe raccontare la parabola, Primetime costruisce una forma molto più ambiziosa del contenuto che dovrebbe sostenerla: dietro alle immagini dal forte impatto estetico c’è ben poco che riesca davvero a lasciare il segno.