Concorso

Bunker di Florian Zeller

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Il gatto grigio si chiama Blue e probabilmente è un blu di Russia insolitamente snello, che va sfacciatamente a curiosare in giro e poi sparisce, trascurando i richiami e persino i croccantini che gli vengono lasciati fuori dalla porta, in quel bel giardino che avvolge la grande casa lineare, di cemento e vetro, frutto di un pregiato design, ed è a sua volta avvolto, cintato, da un muro, che lo separa dalle altre case delle quali intravediamo un paio di volte i tetti mansardati della tipica edilizia urbana vittoriana.

Case ristrutturate, di un’area londinese evidentemente gentrificata, dalla quale sono stati a poco a poco esclusi tutti gli abitanti originari, che non si possono più permettere di abitare nella zona, a meno di non adattare ad abitazione un vecchio garage ereditato da uno zio, che poggia contro il muro del giardino. Così, per avere luce, un proletario (Graham Smith, notevole come sempre) apre una finestra dove non dovrebbe: sul giardino del noto architetto spagnolo che si è trasferito a Londra con la sua famiglia perfetta, bambine, gatto, una moglie altrettanto brillante che cura i libri stranieri per una casa editrice. E l’architetto, spirito libero e liberal che ha sempre sostenuto di voler fare auditorium, biblioteche e ospedali, s’indigna per la violazione della sua privacy. Belli e bravissimi Javier Bardem e Penelope Cruz sono Miguel e Sofia, i protagonisti della storia di mutamenti, crisi e chiusure scritta e diretta da Florian Zeller, come sempre accentrata sulla famiglia, anche se non più (come accadeva in The Father e in The Son) inquadrata attraverso la soggettiva principale di un suo componente. No, in Bunker l’ottica è quella del gruppo familiare (gatto compreso, che tenta di depistarci con una soggettiva iniziale) che però, per quanto sia chiuso in se stesso, comincia a sfaldarsi.

Sguardi e sensibilità che seguono traiettorie diverse, ricordi del passato armonioso che affiorano evocati dal piccolo quadro di una coppia abbracciata addormentata, oppure episodi romantici e buffi (come quello raccontato a cena con amici da Bardem, nella scena che apre il film) che restituiscono l’idea di una complicità passata, oppure aspirazioni che cambiano, tentazioni che sorgono: una montagna di dollari e un progetto faraonico da una parte (la richiesta di un tycoon della Silicon Valley – cameo appuntito e tignoso di Paul Dano – di costruire un enorme bunker sotterraneo dotato di ogni confort nel quale rifugiarsi con pochi eletti quando arriverà la fine del pianeta), il fascino di un giovane scrittore appena pubblicato dall’altra.

Film di parola e di faccia a faccia (soprattutto di coppia), Bunker sta per lo più chiuso negli interni (che comunque Zeller predilige), riquadrando i suoi personaggi su sfondi geometrici ed eleganti, colori precisi, forme rigorose; tutto sembra ordinato dalla matita di Miguel che, meditando sull’offerta del tycoon, traccia i contorni di una piramide a testa in giù, la cui cima sta prudentemente affondata nel terreno; e tutto potrebbe piano piano estinguersi nella vernice nera con il quale un eccentrico pittore protagonista di una mostra-evento ricopre i propri quadri dopo averli dipinti, nero come la cerata con la quale il vicino ha tappato temporaneamente la finestra aperta sul regno di Miguel e Sofia. Bunker è un film ben scritto, ben interpretato e ben costruito (che sfiora l’ovvio ma non vi affonda), ma che rivela anche un po’ troppo il proprio meccanismo teorico e metaforico, un po’ troppo a tesi, un po’ troppo squadrato, razionalizzato, a scapito dell’istinto, che certamente comincia a fare difetto a Miguel e che forse lo stesso Zeller ha sempre tenuto un po’ troppo sotto controllo.