Concorso

L’estranea di Paolo Strippoli

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Ci sono film, come L’estranea di Paolo Strippoli, che possono essere condensati in unimmagine molto precisa: in questo caso è quella di una famiglia dell’alta borghesia barese che ha appena coronato il proprio sogno, raggiunto la propria idea di realizzazione e si è trasferita in una villa enorme, circondata da tutto ciò che dovrebbe certificare il raggiungimento di uno status a lungo desiderato. È una famiglia praticamente perfetta, immortalata in una fotografia nel momento esatto in cui quella perfezione sembra finalmente compiuta. È una fotografia che ritroviamo più volte all’interno di questa fiaba nerissima e che assume progressivamente un valore simbolico sempre più evidente. È anche la stessa fotografia che compone il poster ufficiale del film, dove però appare attraversata da uno squarcio, una frattura che distrugge lapparente armonia dell’immagine e sembra anticipare tutto ciò che sta per accadere. Ed è proprio a partire da quella fotografia, e soprattutto dall’ossessione per ciò che essa rappresenta, che L’estranea costruisce il proprio racconto.

Al centro di quel ritratto di famiglia troviamo un padre (Adriano Giannini) e una madre (Jasmine Trinca) in posa di fronte a una villa che rappresenta il punto darrivo del loro percorso di emancipazione sociale. Assieme a loro, due bambini che sembrano incarnare la prosecuzione di questo sogno: il maschio è un prodigio del calcio, con davanti a sé la possibilità di costruire una carriera nel mondo dello sport, mentre la bambina, ancora piccolissima, è stata scelta per uno spot della Barilla e sembra avere un futuro nel mondo dello spettacolo. Per festeggiare questo traguardo organizzano una festa, così da poter finalmente esibire quella condizione di benessere al resto dell’alta borghesia barese, alle porte del nuovo millennio. E fin da subito è soprattutto la madre a vivere quellistante di perfezione come qualcosa da preservare a ogni costo. Tutto nella giornata della festa sembra infatti essere costruito attorno alle aspettative e al giudizio degli altri, alla necessità di dimostrare di aver raggiunto quello status sociale che per tanto tempo ha inseguito, e la sua ossessione per il controllo nasce proprio dalla paura che qualsiasi incrinatura possa mettere in discussione limmagine che ha costruito di sé e della propria famiglia. Eppure, quella perfezione è destinata a incrinarsi nel momento in cui la figlia più piccola viene morsa da un cane e rischia di perdere una gamba. Nella cappella dell’ospedale, mentre prega per le sorti della figlia, le appare la figura luciferina interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, che le propone un patto: la bambina guarirà senza gravi conseguenze, ma il figlio dovrà rinunciare alla propria carriera nel calcio, diventando un ragazzo sovrappeso e perdendo così quel futuro che sembrava già scritto per lui. La madre accetta e da quel momento si innesca una spirale che la porterà a compiere scelte sempre più complesse pur di preservare quell’immagine da cui tutto era partito.

Bastano pochi minuti per comprendere cosa voleva fare Paolo Strippoli con L’estranea: lidea era quella di prendere il modello del dramma borghese italiano, con le sue famiglie, le sue ville, i suoi conflitti domestici e le sue aspirazioni sociali, per sabotarlo dall’interno attraverso lhorror. Non è un caso che a incarnare questo rovesciamento siano anche interpreti fortemente riconoscibili all’interno di un certo cinema italiano come Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi e Adriano Giannini. Da questo punto di vista L’estranea rappresenta un film quasi fuori dal tempo: legandosi infatti allestetica e alle dinamiche narrative del dramma borghese italiano, Strippoli non sembra interessato a inseguire le tendenze dell’horror contemporaneo e preferisce adottare immagini e situazioni che appartengono a un immaginario ormai sedimentato. E in alcuni frangenti questa scelta sembra quasi impedirgli di abbandonarsi pienamente al genere, scegliendo una via più controllata. La capacità di Strippoli di intervenire su immagini apparentemente familiari emerge però molto bene in alcuni momenti legati alla storia recente italiana, come la vittoria ai Mondiali, che viene sottratta alla sua dimensione di festa collettiva e trasformata in un incubo personalissimo. È una dinamica che L’estranea riesce a proporre in modo quasi sempre convincente: prendere immagini e situazioni nelle quali lo spettatore italiano riconosce immediatamente qualcosa di familiare per introdurre al loro interno un elemento capace di cambiarne radicalmente il significato.

È in questo cortocircuito tra familiarità e perturbante che L’estranea trova la propria forza. Strippoli parte da un immaginario che conosciamo benissimo e lo trasforma progressivamente in qualcosa di inquietante, senza rinunciare né alla tradizione dell’horror italiano né alla propria cinefilia (molto azzeccati i riferimenti a Seven e Saw). Il risultato è unopera compiuta, consapevole dei propri riferimenti ma non schiacciata da essi, capace di utilizzare lhorror non soltanto come genere, ma come strumento per incrinare dell’interno unintera idea di cinema e di famiglia.