Paul Schrader, classe 1946, ha segnato come pochi il grande rinnovamento del cinema americano dei '70 conosciuto come New Hollywood. Le sue sceneggiature per altri (Yakuza, Taxi Driver, Toro scatenato) sono capolavori, storie incandescenti in cui prospettive narrative, immagini e strutture fortemente costruite intorno a un centro, congiurano per un cinema di irripetibile vitalità. Come regista in proprio invece segue percorsi forse più lineari, identificabili nella comunanza di temi, quasi sempre imperniati sul senso di colpa e di espiazione e, in età matura, del precipitare cadenzato ma drammatico degli avvenimenti. Del resto non per caso il cineasta ha dichiarato che questo suo ultimo lavoro in fondo sia la prosecuzione di un tipo di racconto che persegue dai tempi, appunto, di Taxi Driver.
Premettiamo questo perché The Basics of Philosophy, proposto a Venezia Fuori concorso, suona quasi come un filtrato di tante sue ossessioni e vezzi d'autore, a partire dallo stile narrativo e dai ritmi eleganti e non modernissimi.
John Jorrisen insegna filosofia in una Università del Midwest («tutto ruota su due domande: perché esiste l'universo? Perché esistiamo?») e coscienziosamente sta proponendo un corso su Spinoza, uno dei giganti del pensiero razionalista («solo la ragione può liberare dalle dannazioni della passione»). Ha una relazione consolidata con l'insegnante di psicologia, Becca, madre di un ragazzino quasi adolescente, più un padre morente con cui ha tagliato i rapporti. Tutto nella norma quindi per un compassato docente descritto come il padre, tutto «postura, puntualità, correttezza»? Mica tanto e noi lo sospettiamo già all'inizio quando una studentessa in cerca di un esame facilitato butta lì un gratuito «la conosco. So cosa ha fatto» che lo turba oltre il dovuto.
Verrà a galla una storia torbida di molestia sessuale messa a tacere con promesse, denaro e futuro assicurato e che cova ancora nel presente dopo decenni, con conseguenze devastanti. Parlavamo del filo rosso che collega stilisticamente quasi tutte le regie di Schrader, qui rigorosamente rispettato: la lucidità di una trama articolata che dosa i suoi colpi di scena, la predilezione per atmosfere ovattate che asciugano i comportamenti dei personaggi almeno sino a quando l'esplosione delle reazioni più viscerali non sia necessaria, una scelta di immagini illuminate da una luce fredda, distanziante, a sorvegliare i colori (in realtà questo lo si coglie nella sua filmografia post 1980), delle riprese sempre poco concitate, con pacati movimenti di macchina.
Resta sempre però il dubbio che un materiale così strutturato e cesellato avrebbe probabilmente trovato in un regista più “di cuore e pancia” (magari come Martin Scorsese che qui produce) maggiori possibilità di provocare turbamento nelle platee e di spettacolarizzazione di questa discesa verso la dannazione non ben empatizzata dall'autore.
Il britannico Jack Huston (che si è fatto ben notare in varie serie tv, a partire da Boardwalk Empire e Fargo) e l'algerina Sofia Boutella (La mummia), qui con un taglio a caschetto di capelli biondi che la trasforma, compongono una coppia ben assortita e inusuale e il cast è impreziosito da Bill Pullman, Dana Delany più un breve (e innocuo) cameo di Richard Gere.