15/18 è la forbice di età in cui vengono accolti i pazienti di un reparto di neuropsichiatria infantile all’interno di un ospedale pubblico francese. Il film segue, nell’arco di alcuni mesi, le traiettorie di alcuni pazienti ricoverati: ci sono ragazzi che attraversano episodi allucinatori, pazienti affetti da schizofrenia o segnati da episodi depressivi e comportamenti autolesionistici, accompagnati spesso dal consumo sostanze stupefacenti, scarnificazioni, tentativi di suicidio e abusi sessuali.
Non c’è però, nel film, la volontà di ordinare queste esperienze secondo una casistica, né di ricondurle a un’unica idea della malattia mentale: Kahn abbraccia con affetto la variabilità delle manifestazioni della malattia psichica e mostra come questi reparti non come luoghi tetri di reclusione ma come spazi di passaggio, nei quali la malattia viene osservata, riconosciuta, diagnosticata ma soprattutto attraversata.
Il cocktail esplosivo nato dall’incontro tra il disturbo mentale e la fragilità dell’adolescenza rende questi reparti luoghi di imprevedibilità assoluta, nei quali la relazione tra i pazienti e i loro genitori occupa uno spazio importante. Se ogni relazione tra genitore e figlio non può essere immune dalla presenza di numerose ferite, il film mette in evidenza come, spesso, molte problematiche nascano dalla mancanza di cura, da genitorialità stanche o assenti. Ragazzini che si sentono “non visti”, orfani, abusati, vittime di violenze non solo fisiche. Ma anche genitori presenti, spaventati e in balia di un processo che non è mai soltanto personale e non riguarda solo il malato, ma coinvolge tutti quelli che lo circondano.
«Non colpevolizzatevi e siate pazienti», dice il primario del reparto, interpretato dallo stesso Kahn, perché la malattia mentale può capitare a chiunque e, spesso, le cause sono ancora ignote. Se Franco Basaglia diceva che «visto da vicino nessuno è normale», nel film la prospettiva è ribaltata: «qui dentro, nel reparto di psichiatria infantile, non ho mai visto dei ragazzi matti, piuttosto persone fragili».
Cédric Kahn ci prende per mano per oltrepassare le porte dell’istituzione, dentro uno spazio fortemente normativizzato, dove le lamette sono vietate, gli accendini e i telefoni sequestrati e il contatto con l’esterno centellinato. Un esterno che può essere rappresentato da un genitore amorevole, ma anche da una casa famiglia, da un tutore legale o addirittura dal carcere, perché dopo il compimento del diciottesimo compleanno non ci sono più protezioni.
Sono ragazzi «amati, poco amati o mal amati», come dice una delle interpreti del film, e ognuna delle loro traiettorie è raccontata con vicinanza e senza pregiudizi. Sicuramente un approccio frutto di una lunga riflessione, portata avanti in un paese, la Francia, dove la salute mentale degli adolescenti e l’aumento dei ricoveri psichiatrici per minori sono diventati temi di forte attualità.
Il regista, che dimostra di avere particolarmente a cuore il tema e ha il pregio di affrontarlo con vicinanza e affetto, lascia ai giovani interpreti la responsabilità di esprimere il male che sta affliggendo i loro coetanei, continuando a ribadire che questo non è soltanto il racconto tetro di un male oscuro: ci sono sprazzi di speranza e di luce autentica, e anche il coraggio, in alcuni casi, di prendere in carico le proprie ferite per aprirsi al processo di cura.
È facile intravedere il piacere e la passione che Kahn mette nel lavorare con giovani interpreti, di immergersi nuovamente nella narrazione di storie legate ai giovanissimi. Da qui il rapporto inevitabile con una certa tradizione del cinema sociale francese: la scuola, le classi, le istituzioni, gli adulti chiamati ad accompagnare i ragazzi nel passaggio all’età adulta. Un cinema nel quale l’osservazione del gruppo diventa anche uno strumento per interrogare la società che lo contiene.
Se il film ha il pregio di rappresentare, in un’ottica rispettosa e vicina al reale, ciò che accade dietro a un fenomeno ancora troppo poco raccontato, non riusciamo mai a uscire dalla consapevolezza che tutto quello che vediamo sullo schermo è una mise en scène e che il dolore qui raccontato non è che una pallida rappresentazione. Non una fiction du réel, quindi, ma una fiction tout court, che finisce però chiamare il confronto con quei film che al reale avevano chiesto qualcosa di più: più tempo, più attrito, più fatica. Il cinema di Cantet, Philibert o Côté, in questo senso, resta un termine di confronto difficile da ignorare.