Il documentario di montagna è un filone che ha ormai una lunga storia e stilemi consolidati. La montagna è fotogenica, è la location visivamente più generosa, la più pericolosa, estrema, imprevedibile, nonché quella che detta in certa misura il racconto e i suoi sviluppi. Preparazione, impresa, vetta: un percorso spesso funestato da incidenti e morti. La tecnologia, i droni e le GoPro hanno ulteriormente ampliato le potenzialità spettacolari di questo ambiente estremo, rendendo filmabili le gesta di chi scala da prospettive sempre più ardite.
Oggi, quando sembra che tutte, o quasi, le pareti siano state scalate e l’Everest sia ormai diventato una meta raggiungibile da tutti, o quasi, raccontare l’alpinismo estremo sulla montagna più alta del mondo significa tentare di fare qualcosa che nessuno ha mai fatto. Nel caso di Everest: The Other Side, la sfida è proprio “l’altro lato”, il versante nord, il meno battuto, a cui si aggiunge una discesa in sci lungo un pendio ripidissimo e insidioso.
Questo è ciò che Jim Morrison, scialpinista americano, è riuscito a compiere, avendo al suo fianco una produzione molto esperta (Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin che avevano già realizzato Free Solo con Alex Honnold, il documentario di montagna più celebre degli ultimi anni) e l’ampia disponibilità di mezzi ed esperienza del National Geographic. Il film, pur rientrando perfettamente nel filone, è particolarmente denso e stratificato perché l’impresa è un progetto pensato, tentato, fallito più volte; una storia estremamente concreta – fatta di fatica, organizzazione, condizioni meteorologiche, rischio – che diventa una dolorosa parabola esistenziale.
Salire e ridiscendere in sci la parete nord dell’Everest è il sogno del protagonista e della sua compagna, Hilaree Nelson. È lei, nella prima parte del film, a occupare la scena. Donna risoluta e diretta, ha due figli, e la sua passione alpinistica la rende una madre eccezionale ma intermittente. Senza mezzi termini, Hilaree afferma di non sapere risolvere la contraddizione, mettendo in chiaro come l’alpinismo sia una tensione non domabile che ti possiede completamente senza lasciarti alternative.
Il film nasce qui, nella preparazione dell’impresa, e qui avrebbe potuto interrompersi: durante una discesa dal Manaslu lei viene travolta da una valanga. La morte di Hilaree diventa invece il motivo profondo che muove Jim, la cui personalità e tormentata biografia emergono sempre più in quello che segue, ovvero il lungo e complesso percorso che lo porterà a realizzare ciò che lui e Hilaree avevano sognato.
Il racconto si arricchisce quindi delle microstorie di chi ha partecipato all’impresa, facendo emergere l’elemento corale, il contributo fondamentale degli sherpa e di chi ha concretamente realizzato le riprese, nonché le incertezze e le tensioni che hanno accompagnato Jim e il suo gruppo. Come spesso accade nei film sull’alpinismo, resta aperta la domanda sul perché si continuino a sfidare le montagne.
Un interrogativo ancora più pregnante oggi, mentre il cambiamento climatico trasforma quegli stessi ambienti estremi, all’indomani della catastrofe che ha colpito il Nepal e della morte di Nirmal “Nimsdai” Purja, un alpinista diventato una star grazie 14 Peaks: Nothing Is Impossible, un altro documentario di successo prodotto da Netflix.
Everest: The Other Side non offre, né cerca, una risposta. Mostra invece l’alpinismo per ciò che è: un’ossessione, una tensione contraddittoria tra il desiderio di superare ogni limite e la consapevolezza del prezzo che questo comporta. Una contraddizione irrisolta che continua, nonostante tutto, a fare della montagna un luogo cinematografico molto potente.