Dalle nevi di Mosca a quelle di Leningrado, prendendo la strada più lunga, attraversando cioè molti stati dell'allora Unione Sovietica.
Sergei Loznitsa, cineasta ucraino tra le personalità più significative di tutta la cinematografia mondiale contemporanea, autore di opere straordinarie di fiction (citiamo Anime nella nebbia, 2012, Donbass, 2018 e Due procuratori, 2025) o documentarie (tra i tanti, Maidan, 2014 e Austerlitz, 2016), grazie all'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio Cinematografico, all'Istituto Luce e alla Cineteca Nazionale ha avuto a disposizione una ingente quantità di materiale filmato (oltre 600 ore) e rimasto praticamente inedito, realizzato da un gruppo di cineasti italiani tra il 1970 e il 1973. Lo ha preso, visionato, riunificato, a realizzare un ritratto della società sovietica di oltre 50 anni fa in tutta la sua vastità geografica e le sue differenze antropologiche, sociologiche e culturali. Questo pregevole lavoro è ora proposto a Venezia, in anteprima mondiale Fuori concorso.
Senza commenti esterni, con solo poche didascalie esplicative, un viaggio in un mondo inevitabilmente ora quasi alieno che rivela nella rigorosa autenticità del filmato tutte le contraddizioni di un impero (appunto) condannato da lì a qualche decennio al collasso intestino e alla dissoluzione (e i sintomi si possono già cogliere).
Di fatto mentre le regioni russe affacciate verso l'Europa si misuravano allora con un approccio ancora ingenuo a un consumismo e a un relativo benessere frutto di un progresso comunque troppo lento, quelle asiatiche, islamiche o buddiste, rimanevano praticamente asserragliate nella tradizione, magari esotica e pittoresca, cui si sovrapponeva (e lo si nota) lo schematismo burocratico sovietico.
Dagli imponenti cortei autoglorificanti della capitale, con scritte ( «4 milioni di moscoviti competono per raggiungere gli obbiettivi del 1973») e canti («non conosco nessun paese al modo dove l'uomo respiri con tanta libertà»), al folklore delle lontane Buriazia, Jacuzia, Calmucchia e poi, intrapresa la via del ritorno, di Kirghizia, Turkmenistan, Uzbekistan, con le affascinanti registrazioni di riti, balli e usanze più vicine all'universo mongolo, o islamico. Unico tratto comune è il culto, ora kitch faraonico ora spartanamente ingenuo, di Lenin.
Suona quasi stridente e doloroso, pensando all'oggi, poi, l'arrivo, quasi alla fine, nella protoconsumista Ucraina. Tra un matrimonio con accompagnamento orchestrale misto jazz e musica pop e costumi tradizionali, e una retorica festa della scuola con i bambini che recitano: «La nostra bandiera è in rosso calico, il fazzoletto rosso al collo portiamo, a portare il nome di Lenin sempre pronti siamo», le immagini inevitabilmente producono sensazioni contrastanti e un angosciato disagio.
Alla fine di questo percorso quasi a circuito ad anello, le cui tappe sono scandite da un fondo rosso e uno squillare di sirene, una scritta riassume e chiude: «il 26 dicembre 1991 l'URSS ha cessato di esistere».
Siamo di fronte a una notevole operazione di montaggio e cucitura di materiali vari (tutti di comunque pregevole realizzazione tecnica, del resto le riprese erano effettuate da gente del mestiere) che l'intelligenza del regista ha saputo orchestrare lasciando agli spettatori ogni commento, ogni eventuale malinconia, stupore o riflessione critica o sarcastica. La lunghezza dell'opera può scoraggiare, ma la forza delle immagini e del progetto, appassionante riflessione storica per scelta di immagini, risarciranno ogni fatica.